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Come vengono giudicati gli arbitri? Il labile confine tra sudditanza psicologica e calciopoli

Gli ultimi episodi e una sentenza del 97 (pre-Calciopoli) inducono a delle riflessioni. La sudditanza psiologica non può esistere. C’era un sistema. Oggi continuiamo a non sapere nulla degli arbitri.

Come vengono giudicati gli arbitri? Il labile confine tra sudditanza psicologica e calciopoli
Il rigore molto contestato al 95esimo di Juventus-Milan (tratto dalla moviola della Gazzetta)

Che cos’è stata Calciopoli? Cos’è la sudditanza psicologica? Cosa accade oggi nel calcio italiano?

Queste sono le tre domande che mi ronzano per la testa oramai da qualche mese e che nelle ultime settimane lo fanno ad un volume più forte.

Calciopoli e il sistema Moggi

Partiamo dalla prima domanda.
Calciopoli è stato il più grande scandalo del calcio italiano di sempre. Ha portato alla retrocessione e alla penalizzazione della Juventus, alla revoca di due scudetti, alla penalizzazione (tra gli altri) di Milan, Lazio e Fiorentina. Sotto il profilo penale l’hanno scampata quasi tutti (tranne De Santis) per prescrizione, ma la Corte di Cassazione nella sentenza definitiva stabilì che Moggi aveva commesso sia il reato di associazione per delinquere sia quello di frode sportiva. In particolare stabilì che da quello che Moggi suggeriva ai vari conduttori e commentatori tv «potevano dipendere le sorti di questo o quel giocatore, di questo o quel direttore di gara con tutte le conseguenze che ne potevano derivare per le società calcistiche di volta in volta interessate».
L’associazione per delinquere diretta da Moggi «era ampiamente strutturata e capillarmente diffusa nel territorio con la piena consapevolezza per i singoli partecipi, anche in posizione di vertice (come Moggi, il Pairetto o il Mazzini), di agire in vista del condizionamento degli arbitri attraverso la formazione delle griglie considerate quale primo segmento di una condotta fraudolenta».

Il concetto di sudditanza

Il concetto di sudditanza, al quale il nostro orecchio ha fatto l’abitudine ma, devo confessare, il mio cervello no, compare anche nelle parole della Cassazione, a proposito dei rapporti tra l’arbitro De Santis e Moggi e dei loro «numerosi contatti in coincidenza con le partite per le quali era stato designato a riprova degli strettissimi rapporti tra la sudditanza e la complicità intercorrenti tra i due».
Dunque le inchieste su Calciopoli portarono alla luce una serie sistematica di contatti tra dirigenti, arbitri e giornalisti tesi ad influenzare il risultato delle partite e, successivamente, la rappresentazione mediatica delle decisioni arbitrali.
C’è un concetto sul quale ritengo essenziale soffermarsi. La sudditanza richiamata dai giudici di calciopoli era legata a rapporti ed episodi ben specifici. Moggi e De Santis erano complici e, in particolare, Moggi ordinava e De Santis eseguiva.
Quello che, invece, si vuole far passare come “normale” ogni maledetta giornata di campionato è che gli arbitri siano affetti sì da sudditanza, ma psicologica, il che significherebbe che eseguono senza che nessuno impartisca l’ordine. Una sorta di sindrome da cui la nostra classe arbitrale sarebbe affetta da tempo immemore.
Spulciando negli archivi di Repubblica online ho trovato citato “sudditanza psicologica” in un articolo del 1984. Specifico che l’archivio di Repubblica contiene, appunto, gli articoli dal 1984 ad oggi.

Una sentenza precedente a Calciopoli

Ho trovato anche una sentenza precedente, di molto, allo scandalo di calciopoli. Si riferisce al campionato 1997/98, le indagini riguardavano favori arbitrali ricevuti dalla Juventus (toh!) e l’articolo (firmato da Marco Travaglio) riportava le parole dell’allora gip presso il tribunale di Firenze, Antonio Crivelli, il quale archiviò l’indagine scrivendo nel decreto che “la sospetta coincidenza di errori arbitrali in più partite e ad opera di più direttori di gara a favore della Juventus può lasciar trasparire una sorta di sudditanza psicologica”. Di lì a poco si sarebbe celebrato il processo per doping alla Juve e una manciata di anni dopo calciopoli. Chissà se Crivelli sarebbe ancora della stessa opinione. Analogia con i tempi che viviamo: anche quella Juventus era sicuramente la squadra più forte del campionato.

Il cervello umano non funziona così

Dicevo prima che il mio cervello si rifiuta di accettare il concetto di “sudditanza psicologica” riferito a singoli errori arbitrali. Mi immagino l’arbitro che, nel mezzo di un’azione concitata, veda un episodio, magari un fallo di mani, e stia per fischiare. In una frazione di secondo il suo cervello dovrebbe elaborare l’azione, giudicarla dubbia, richiamare alla mente che il fallo di mani danneggerebbe la squadra più forte, risolvere pertanto il dubbio in favore di quest’ultima e lasciar correre “per quieto vivere”.
Mi dispiace, non credo che il cervello di nessun essere umano funzioni così.

È un pregiudizio più che una sudditanza

Probabilmente quella che ci siamo abituati a chiamare “sudditanza psicologica” altro non è che pregiudizio degli arbitri. In questo caso tutto mi sembrerebbe più lineare sotto il profilo antropologico. Scendo in campo, da una parte c’è la Juve, dall’altra il Milan. Siccome so che a livello mediatico e politico in questo momento la Juve è più potente, decido scientificamente di arbitrare a vantaggio della prima e, quindi, l’ipotetico fallo di mani dubbio lo fischio o meno a seconda di chi se ne avvantaggerà. Gli ultimi avvenimenti, con i rigori dati al Napoli e la ridondanza sospetta con la quale sono stati sottolineati in ogni dove, farebbero pensare che questa “sudditanza psicologica”, questo pregiudizio spinga addirittura gli arbitri a compensare gli “errori” in partite successive.

E se fosse una nuova Calciopoli?

Le tre domande che mi ronzano in testa, dunque, mi portano a chiedere: e se ci trovassimo immersi in una nuova Calciopoli, senza Moggi e Biscardi? Se stesse accadendo di nuovo o, magari, se fosse sempre stato così (e allora avrebbe avuto ragione Moggi a dire che non ha fatto niente di diverso da quello che hanno fatto gli altri; forzando, neanche tanto, si potrebbe anche arrivare a dire che Moggi sta a Calciopoli come Craxi sta a Tangentopoli)? Sconcerti sul Corriere della Sera, a proposito dei rigori al Napoli, parla di “compensazione di seconda mano” ma non ci vuole credere fino in fondo “Preferisco pensare – dice – che la sudditanza sia un ossequio obbligato all’importanza dell’interlocutore che si ha davanti”.
Ma se questa è la sudditanza psicologica, signori, essa diventa sinonimo di Calciopoli.

Come vengono puniti gli arbitri che sbagliano?

Poco importa, infatti, se le pressioni vengano da Moggi o meno. Se all’AIA un arbitro che sbaglia contro la Juventus viene punito in un modo e quello che sbaglia contro il Crotone in modo minore o non viene punito affatto, non c’è bisogno che un dirigente della Juventus faccia pressione. Già, ma come vengono giudicati e puniti gli arbitri che sbagliano? Sappiamo, dal regolamento dell’Aia che la Commissione Arbitri per il campionato di serie A (CAN A) provvede alle designazioni dei direttori di gara.
Sul sito dell’AIA vengono regolarmente pubblicati i comunicati con le designazioni, ma non c’è ombra delle motivazioni che portano alla designazioni o alle non designazioni. Siamo abituati all’idea che se un arbitro commette un errore clamoroso nelle giornate successive viene messo a riposo o destinato a compiti minori (quarto uomo ad esempio).

Ma chi decide se un errore è clamoroso?

Qui entra in gioco un soggetto esterno al mondo tecnico. Entrano in gioco i salotti tv di Sky, Rai e Mediaset. Entrano in gioco gli opinionisti, gli episodi sui quali si concentrano, le immagini che vengono mandate in onda (e ci sarebbe tutto un capitolo da aprire sui broadcast che producono le immagini dei singoli incontri), la frequenza con la quale le immagini dei suddetti episodi si susseguono sui nostri teleschermi.

Un singolo episodio, trasmesso centinaia di volte, da tutte le angolazioni, ingrandito, rallentato, vivisezionato, stracommentato assurge a momento decisivo dell’intera partita, ad indice della direzione arbitrale, addirittura a pietra dello scandalo. Questo crea pressione sugli arbitri? Evidentemente sì, se poi le designazioni vengono decise anche sulla base della rilevanza che hanno avuto gli errori arbitrali.

Cosa accadeva se fischiavi contro la Juventus

Dalle testimonianze durante il processo Calciopoli abbiamo ascoltato alcuni resoconti delle riunioni tecniche degli arbitri in cui venivano analizzati i singoli errori. Una sorta di moviola del giorno dopo in cui i comportamenti dei direttori di gara vengono giudicati dai designatori. Abbiamo ascoltato arbitri dichiararsi esterrefatti per le decisioni prese in quella sede.
L’ex arbitro Nucini, in Tribunale e sotto giuramento, raccontò per filo e per segno la gogna alla quale fu sottoposto in federazione per un rigore (peraltro non realizzato) fischiato contro i bianconeri. Un altro ex arbitro, Dondarini, ha dichiarato pubblicamente di non aver più arbitrato la Juventus dopo aver fischiato un rigore contro la squadra degli Agnelli a tempo scaduto (Reggina – Juventus del 2008). 
Illazioni? Falsità? Tutto può essere, in fondo stiamo diventando la patria dei clompottardi e anche chi denuncia gli errori arbitrali può essere tacciato di esserlo. Di certo c’è che le pressioni da parte delle società per le designazioni e sui giornalisti sono avvenute in passato e, quindi, possono avvenire ancora.

Quel sistema è ancora in vigore?

In fondo anche durante i campionati annullati le polemiche arbitrali venivano sistematicamente etichettate come inutili e gli errori attribuiti alla sudditanza psicologica. Anche allora si diceva che alla fine vinceva il più forte. Di certo il chiacchiericcio televisivo diventa determinante, ancora oggi, per le sorti degli arbitri e di certo non c’è alcuna trasparenza sulle riunioni tecniche e su quello che spinge i designatori a preferire un arbitro ad un altro, a mettere a riposo un direttore di gara, a decidere che una tal giacchetta nera non arbitrerà mai più la Juventus. Se il sistema che portò all’invalidazione dei due scudetti juventini è ancora in vigore, magari con altri uomini, magari con altri mezzi, lo sapremo, forse, tra qualche anno. Quel che sappiamo di sicuro è che le ombre sul campionato (e sulla Coppa Italia) sono sempre di più e che la scusa della “sudditanza psicologica” appare sempre più labile.

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