Leonardo, il 17enne di Nocera che costruisce robot e odia il calcio: «Preferisco volare e le start-up»

Leonardo, il 17enne di Nocera che costruisce robot e odia il calcio: «Preferisco volare e le start-up»

Leonardo Falanga 17 anni, frequenta il liceo scientifico a Nocera Inferiore. In questi giorni è ricercatissimo. Non ha commesso alcun crimine, ha costruito via Skype insieme a Valeria Cagnina un robot che è stato presentato alla Rome cup per la categoria “Robot explorer senior”, una competizione tra robot che dovevano dimostrare di rilevare ed evitare degli ostacoli di gas, luce e suono.

Ha le idee chiare su come affrontare la vita e le sfide, le ha sempre avute fin da quando aveva sei anni. «Penso che tutto sta nel modo in cui si vedono le cose – esordisce – Se credi in quello che fai, anche se sbagli va bene. Sbagliare va bene se poi ricominci tutto da capo, provi e riprovi finché non ce la fai. Così si vince». Lo ha capito a 9 anni quando lavorava alla sua prima piccola invenzione, un braccio meccanico che si era messo in testa di costruire quando a 6 anni aveva visto per strada un bambino senza un braccio. «Ci ho impiegato tre anni per riuscire a trovare chi mi tagliasse il plexiglass per realizzarlo, alla fine ci sono riuscito con una ditta che faceva insegne stradali. Poi ho lottato per un mese con il motore che non voleva funzionare. Alla fine ho capito che era bruciato e ho ricominciato da capo, ma ho vinto perché il braccio l’ho costruito ed ero felicissimo perché avevo trovato qualcuno che ha contribuito a realizzare un sogno»

Ora Leonardo e Valeria hanno raggiunto un altro obiettivo: hanno ideato e costruito il loro robot a distanza. «Abbiamo subito capito che condividevamo lo stesso modo di vedere la vita, la stessa passione per innovare e creare. Essere maker per noi significa far brillare gli occhi alle persone attraverso il digitale». Un concetto strano da capire se non si è parlato almeno una volta con Leonardo, se non si è rimasti sopraffatti dalla sua passione travolgente per la creazione. «Se una persona vede il nostro robot crede che sia quasi una magia, in realtà non è un insieme di calcoli matematici e fisici ma per un attimo, quando lo vedi, ti perdi, ti lasci trasportare dall’immaginazione e dalla fantasia. È la magia che ogni nuovo oggetto porta con sé»

Si sono conosciuti a “Maker Faire”, l’esposizione sull’innovazione che si è svolta l’anno scorso alla Sapienza di Roma e hanno impiegato un mese per portare a termine il progetto. Un mese di lavoro su Skype, la sera, dopo la scuola e i compiti. «È stato interessante perché abbiamo scoperto e dimostrato un aspetto della rete che spesso non viene evidenziato. La tanto demonizzata rete non è sempre negativa, è anche positiva perché permette alle persone di connettersi e poter realizzare progetti a distanza. La sera ci vedevamo su Skype e studiavamo come realizzare il robot. Valeria ha sviluppato la parte teorica, io l’ho assemblato materialmente, ma lei è sempre rimasta connessa con me che sono un cocciuto e se non riuscivo a terminare ciò che avevamo programmato non andavo a dormire. Alcune volte abbiamo anche dovuto risolvere qualche problema col software».

Leonardo è un ragazzo vivace, spiritoso, certo non un secchione o un nerd, ma un curioso e un appassionato, non di calcio però: «Il calcio lo odio, so di sembrare strano, ma non mi piace come lo intendono molti ragazzi che non hanno altro interesse e non apprezzo l’immenso giro di soldi che c’è attorno. Per me lo sport è altro e il calcio significa giocare una partita con qualche amico». Il suo elemento è l’aria, confessa che gli piace volare: «A volte bisogna isolarsi e volare. Sto risparmiando i soldi per prendere il brevetto per ultraleggeri»

Lui e Valeria hanno grandi sogni per il futuro, diventare ingegneri robotici per “usare la robotica per aiutare gli altri”, ma anche progetti concreti a breve distanza. A giugno vorrebbero andare a Boston per partecipare a un corso per avviare una startup ma ci vuole una borsa di studio altrimenti i costi diventano proibitivi. «Non aspettare che qualcuno ti dia un lavoro ma crealo, non bisogna aspettarsi che finita la scuola qualcuno ti dia lavoro. Questo è il mio motto. Non credo affatto che la robotica e l’innovazione tolgano posti di lavoro, anzi aiutano a crearne di nuovi perché bisogna innanzitutto creare i robot. L’uomo deve creare lavoro e cambiamento invece di fare lavoro».

Proprio per questo la scuola è un punto di partenza fondamentale per alimentare le proprie passioni e acquisire gli strumenti per farlo. «Mi piace andare a scuola ma non studiare ciò che è scritto sui libri, ripercorrere i percorsi dei grandi pensatori o scrittori per capire come ci sono arrivati. Nessuno ci ha mai spiegato perché studiamo i Promessi Sposi, sono rimasto incantato quando il mio professore mi disse che questo romanzo ci insegna a non arrenderti».

Francesca Leva ilnapolista © riproduzione riservata
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