Juventus-Napoli come l’invito a pranzo del marchesino. Ma stavolta noi siamo cambiati

Juventus-Napoli come l’invito a pranzo del marchesino. Ma stavolta noi siamo cambiati

“Noi non siamo abituati”.

E’ ormai qualche secolo che conviviamo con questa nostra naturale disabitudine ad esistere. Di tanto in tanto mostriamo qualche timida volontà di uscire dall’atavica impasse in cui nasciamo pur senza la convinzione necessaria a cambiare la nostra radicale indole di onesti disadattati cronici – nati napoletani; decisi a correre incontro al destino di rivoltarsi costantemente nel proprio letto alla perenne ricerca di quell’unica sognata posizione possibile che ci faccia prendere sonno; da sempre finiti a passare ogni nostra notte in bianco riservando le mattine seguenti a raccontare agli altri le nostre disgrazie con dovizia di particolari.

La nostra cifra umana è immutata nel tempo. L’ha trascritta Eduardo Scarpetta centotrenta anni fa e l’hanno immortalata Gianni Cavalieri, Enzo Turco e Totò in pochi secondi di sublime sintesi artistica. La commedia si chiama “Miseria e Nobiltà” ed è sbilenca e non finita già nel suo titolo che affianca la crudezza materiale e fisica dell’indigenza – la Miseria – non già alla sua naturale controparte – la ricchezza – ma ad un fantasma indefinibile e sfuggente di nome Nobiltà. Ci sono i poveri, che siamo noi, nati morti di fame. E poi c’è chi il pane se lo sbocconcella a sbafo e ci affama, ci sono coloro che vivono in un’aurea di sacro mistero rimanendo un nemico occulto, lontano, informe ma colpevole. Scarpetta quel nemico lo porta sul palco con un gesto mistico e lo costringe a prendere forma ed incarnarsi, come ogni astrusa divinità che si rispetti, attraverso il verbo di un messo, il marchesino Eugenio Favetti: egli offre il sortilegio necessario per trasfigurare i miseri in potenti parandoli a festa per una lunga e sacra teoria, come santi negli anni giubilari, costringendo il fantasma nobiliare a tradire il proprio volto originario – non quello di un conte, o di un marchese, o di un porporatissimo cardinale, ma addirittura quello rubicondo e tracagnotto di Don Gaetano, un ex cuoco fortunato e danaroso (oggi si direbbe “dai fatturati importanti”). Insomma, dice Scarpetta, gira e rigira, la Nobiltà è una misera questione – confessiamocelo sottovoce, e ci si perdoni il termine assai poco nobile – di culo.

Ora, questa fortuna gira. Vortica. Capita. Incontra gli straccioni, gli infelici Felice Sciosciammocca del mondo, sfonda le loro porte come una improvvisa marea che offre aiuto alla loro astuzia, chiede ai disadattati di cui sopra, ai poveri straccioni, di entrare a dare un’occhiata, magari di sedersi ad una tavola imbandita, e questi, invece di afferrare l’occasione, tergiversano, inciampano, sono colti alla sprovvista, come se non stessero recitando una parte già da tempo, come se non avessero inventato qualunque nome, riscritto ogni possibile parentela, impiegato ogni turpe stratagemma, indossato indegnamente decine di elegantissimi vestiti di balze e pizzi con l’unico scopo di entrare con l’inganno e sottrarre l’argenteria.

“Sarebbe per me un grandissimo onore avervi a…”

“Averci? Dai parla, averci..?”

“A pranzo con noi!”

Sei sillabe fatali. E’ fatta. L’ex-cuoco neo-nobile ha abboccato. Le vette nobiliari sono nude ed offrono le chiavi del proprio forziere agli scassinatori. Ci siamo. Succede. Ma il meccanismo si inceppa. Non si festeggia. Si singhiozza. Si temporeggia mostrando una strana ritrosia che muta in pudore mentre le mani tremano.

“Noi non siamo abituati”

È la nostra risposta, da almeno centotrent’anni, al domani. A ogni offerta finale rincorsa una vita che fingiamo sia un insulto quando ci si manifesta. Più di un insulto, una “ofèssa”, dirà il Principe di Casador o Casserola che dir si voglia; allora si riformano conciliaboli, si butta giù un piano riparatore e si ritratta in fretta una maldestra ritirata che ci lascia strappare un massimo di due anni di pranzi pagati – “Pasqua’, due anni, noi siamo ancora giovani!”. Eh, appunto, siamo ancora giovani.

Passeranno questi giorni e arriverà sabato. Andremo a casa dei Nobili sotto mentite spoglie, come giusto che sia, con al vertice un centravanti che sembra un novello Ermes, il dio che Omero cantò “gentilmente astuto, predone, guida di mandrie, apportatore di sogni, osservatore notturno, ladro ai cancelli”; unico dio per il quale il grande greco usò lo stesso aggettivo che ci marchia e ci onora da millenni – polytropos – multiforme, versatile, cangiante. Come Ermes, come Ulisse, come Felice Sciosciammocca e come Gonzalo Pipita Higuaín.

E quando ci mostreranno l’invito a pranzo, stavolta, nessuna esitazione. Cristallini come dei. Precisi come predoni. Rispondiamo secchi: “Certo. Ci siamo abituati”.

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