De Laurentiis è un imprenditore, e aggiungo: meno male

Faccio mea culpa e sono pronto a ricevere la giusta punizione: solo oggi ho ascoltato per la prima volta il nuovo inno. A un mese abbondante dalla presentazione. Sono un pusillanime ed un occasionale, lo ammetto. E rincaro la dose: fra Higuain, il rinnovo di Zuniga ed il difensore che non è arrivato, ho avuto la testa talmente occupata che me n’ero completamente dimenticato. E ancora sarei ignorante se non fosse stato per Giulio Spadetta, che ne ha menzionato l’esistenza nel suo pezzo. Lo ringrazio per lo spunto.
Adesso posso dirlo con cognizione di causa: l’inno, assieme altre baggianate che ci ha propinato De Laurentiis nel corso degli anni, è una cagata pazzesca. Una cafonata cosmica, come lui stesso avrà pensato – me lo vedo, il presidente, che parla con gli arrangiatori: “Voi dovete capire che ‘sti napoletani so’ ‘na banda di cafoni: e allora fate ‘na cosa che più cafona non si può”. Da qui le cheerleaders, da qui la mimetica. È su questo che bisogna riflettere.
Parliamoci chiaro: ad Aurelio De Laurentiis, del Napoli, non gliene frega nulla. L’ammetto: affermazione diretta e un po’ troppo provocatoria. Però, secondo me, vera. Spieghiamoci: nove anni fa, quando manco sapeva cosa fosse il fuorigioco, si ritrovò tra le mani una grande occasione: capendone il potenziale, visto che fesso non è, comprò i cocci della società per quattro soldi e chiamò gente preparata per rimetterla a nuovo. Il resto lo tralasciamo, ché altrimenti si scade nella retorica spicciola. Fatto sta che oggi il Napoli sta percorrendo passo dopo passo la strada che porta ad un vertice europeo che si vedeva dal binocolo pure quando c’era Lui. E, se ce la sta facendo, lo dobbiamo a De Laurentiis. A uno che, ripeto, nove anni fa manco sapeva cosa fosse il fuorigioco. A uno che ha visto una città drogata di calcio vivere una terribile crisi d’astinenza, e c’ha visto un investimento sicuro: così, oggi, il merchandising del Napoli va a gonfie vele, la Champions ti riempie casse e stadio, ed il 90% di quelli che dicono “altri dieci euro per l’amichevole non glieli do” alla fine si arrende e ci ricasca. È questo che non dobbiamo mai dimenticare: De Laurentiis non è un tifoso: De Laurentiis è un imprenditore, il Napoli è il suo investimento sicuro, i napoletani i suoi acquirenti. Dà al napoletano quello che lui crede che il napoletano voglia. E cerca di fidelizzarlo con la squadra in Champions, e i contatti su twitter, e il ragù pippiante. E il napoletano medio, di risposta, apprezza.
Ma il giocattolo è delicato, e per farlo fruttare De Laurentiis (che fesso non è) spende, attingendo a piene mani dalle casse della società, dai ricavi tanto di magliette quanto di cessioni eccellenti. Bisogna tener sempre il fuoco attizzato: e allora, via Mazzarri, piccolo eroe nostrano, e dentro Benitez, un conquistador navigato; via Cavani, alieno troppo umano, dentro Higuain, uno che se farà bene “io ‘o ssapev che chill er nu campion”, e se andrà male “e che te piens, che sì er bbuon ‘o Real Madridd t’o iev a ddà a te?”. La campagna acquisti è finita, ma all’appello mancano una quarantina di milioni, roba che andava spesa per un difensore e un centrocampista di livello. E allora, il solito: il presidente s’è messo i soldi di Cavani nella sacca, è un pappone, eccetera eccetera. Ma, dicevo, bisogna tener sempre il fuoco attizzato: questi quaranta milioni vanno a gennaio, e andranno spesi. De Laurentiis non è fesso, ma non è fesso manco Benitez; già l’abbiamo visto scappare e inveire contro un club che s’era comportato furbamente nei suoi confronti. E sono pronto a scommettere che DeLa non rimedierà mai una figuraccia simile.
Questo per dire che finché De Laurentiis continuerà a gestire il Napoli così, io non lo cambio con nessuno, e me ne frego se non è tifoso e se per lui la maglia azzurra è solo una macchina per fare soldi. Me ne frego perché io, a maggio, mi sono ritrovato dall’essere perso per l’addio di Mazzarri (sì, ero mazzarriano, e in certi momenti gli avrei pure dato la 10) al pensare (non sognare) al massimo, perché uno come Rafa Benitez non accetta una panchina senza le dovute garanzie e senza parlare chiaro. Avrebbe potuto gestire il Napoli diversamente, ADL, e magari ricavarne di più, come fatto da altri in passato. Ma non l’ha fatto, perché non è nel suo interesse. Il fine ultimo del suo interesse di imprenditore a noi tifosi non deve importare: quello che importa è il mezzo: un Napoli protagonista. E, finché sarà così, vinca pure sempre il banco.
Antonio Cristiano

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