“Ciao Valencia, per sempre mia”

Pioveva a Valencia il giorno dopo lo scudetto. Pioveva forte, fortissimo, ma non abbastanza da fermare la festa popolare per le strade. La basilica della vergine de los Desamparados, il palazzo della Generalitat, lo stadio Mestalla: la squadra fece il giro della città, rimase a far baldoria con la sua gente da mezzogiorno a notte fonda. Benitez accettò l’invito della televisione regionale valenciana insieme con il presidente Jaime Ortì. Arrivarono all’ultimo istante, prigionieri di una città bloccata e impazzita di gioia, arrivarono con i vestiti inzuppati d’acqua. Fu lì che successe qualcosa, fu lì che in mezzo a tanta euforia Benitez si oscurò. Per via di un servizio tv che abbinava una canzone a ogni calciatore, la sorpresa fu scoprire che non tutte le canzoni erano celebrative, qualcuna si divertiva a pungere. Rafa non la prese bene, fu come rintracciare un granello di sabbia dentro un meccanismo che lui voleva perfetto. Reagì, si oscurò, lasciò la tv furioso. Salì su una macchina di amici, come racconta Paco Lloret nella sua bella biografia del 2005, e si sfogò. “Sono preoccupato per il futuro, molto preoccupato”. Confidò le sue perplessità sul ruolo avuto da alcuni calciatori all’interno dello spogliatoio e nelle relazioni confidenziali con l’esterno, mise sotto accusa Kily Gonzalez e Salva, gli argentini. Li considerava portatori di negatività. Chiese alla società un intervento. Ma il club era a sua volta, al suo interno, alle prese con un regolamento di conti fra dirigenti. Una tensione che fece chiudere il mercato del 2002 senza acquisti. Senza rinforzi.
Quando il Valencia tornò in campo per la Supercoppa spagnola, il risultato fu evidente: due vittorie per il Deportivo. La situazione divenne esplosiva alla vigilia della prima partita del campionato, a Majorca. Dove Benitez, davanti ai giornalisti, sospese l’allenamento di rifinitura e rimandò la squadra negli spogliatoi. “Non sono motivati, è inutile che andiamo avanti”. L’apatia di certi giocatori lo aveva stufato. Fu una frustata all’orgoglio della squadra, una sferzata che produsse una vittoria per 2-0, ma la stagione evaporò così, tra alti e bassi, con un nuovo sfogo alla vigilia della partita di Champions contro l’Inter di Cuper, che era stato il suo predecessore a Valencia. Sotto gli occhi degli sbigottiti giornalisti italiani, Benitez attaccò: “Ci sono giocatori senza gioia che contaminano il resto della squadra. Io ho bisogno di entusiasmo. Lavorano, non posso dire di no, ma fanno quello che devono e nulla di più. Fare quel che si deve, può bastare per arrivare quarti, quinti, sesti. Se una squadra come la nostra vuole vincere, deve fare quello che si deve, ma con entusiasmo”. Uno dei giocatori a lui vicini, Amedeo Carboni, qualche giorno dopo aggiunse: “Dopo la vittoria del titolo non siamo più affamati come un anno fa”. La squadra si divise. Chi applaudì, chi si rivoltò.Il Valencia chiuse fuori dalla zona Champions. Un fallimento. Nessuno poteva immaginare che la stagione successiva sarebbe stata la più felice della storia del club.
L’estate del 2003 cominciò con una partita che sarebbe apparsa un segno del destino. Un’amichevole. Ad Anfield Road. Contro il Liverpool. Benitez era in rotta con il direttore sportivo, Jesus Garcia Pitarch. A Liverpool arrivò il presidente Ortì per mediare. A una settimana dal via del campionato inglese, il Liverpool venne battuto in casa sua per 2-0. Il pubblico lasciò lo stadio battendo le mani agli spagnoli. “Quest’anno ho buone sensazioni, la squadra lavora bene, ho un bel gruppo, possiamo raggiungere dei buoni risultati”. Benitez tornava a parlare come nella sua prima estate valenciana. Il giorno della presentazione della squadra allo stadio, i tifosi contestarono Ortì. Benitez ci rimase male, sebbene il pubblico non lo avesse messo nel mirino. Le operazioni di mercato (il brasiliano Oliveira e l’uruguayano Canobbio) non erano soddisfacenti. “Ho chiesto un tavolo e mi hanno comprato una lampada”, aveva commentato Rafa in ritiro a Svizzera. Ma pur fra le turbolenze, la squadra reagiva bene. Fece una magnifica impressione in amichevole contro il Real Madrid di Queiroz, che aveva appena comprato Beckham. Finì 0-0, il Valencia prese tre traverse. Fino all’ultimo istante, Rafa sperò di poter avere come rinforzo l’attaccante camerunese Eto’o. Non arrivò. Eppure, poco dopo Natale, il Valencia era campione d’inverno.”Ho bisogno di rinforzi se vogliamo lottare fino in fondo”. Non ne arrivarono. Benitez esplose. Dopo la partita con l’Osasuna persa per un autogol di Pellegrino, fu protagonista di un’altra delle sue celebri tempestose uscite: “Ho sentito uno dei dirigenti dire che non abbiamo bisogno di acquisti e che i giocatori non sono stanchi. Vuol dire che arriveremo lì dove potremo arrivare”. La squadra ne uscì motivatissima. Seppe superare senza traumi la sconfitta shock di febbraio contro il Real Madrid, con l’arbitraggio sotto accusa. Una partita che per il resto dell’anno non si sarebbe mai più smessa di giocare, con accuse reciproche domenica dopo domenica fra i due club. Proprio come due anni prima, alla vigilia di una partita con l’Espanyol, cadde la neve a Barcellona. Si giocò in condizioni vergognose. Campo bianco, pallone bianco perché l’arbitro si rifiutò di adottare quello arancione, sostenendo che c’era troppo arancione anche nella divisa del Valencia. Il punto è che c’era del bianco in quella dell’Espanyol. Profondamente depresso, per la prima volta dopo la partita Benitez parlò con aria di fatalismo. Era deluso perché il club si era rassegnato alla decisione di giocare ugualmente. Non si sentiva protetto. Non si sentiva più tutelato nel lavoro. Quella passività, quell’umore che avvertiva in società, lo spinsero a considerare l’ipotesi di lasciare Valencia a fine campionato. Proprio mentre la squadra trovava un mese di marzo fantastico. La freschezza atletica e la superiorità fisica nelle partite finali furono evidentissime e furono la chiave dei trionfi. Il Valencia era diventato implacabile dopo la primavera. La sera in cui tornava in testa alla classifica, il Real Madrid perdeva in casa con l’Osasuna. Una rimonta splendida, vittoria in campionato e in Coppa Uefa. Le immagini di due anni prima si ripeterono. Una città bloccata, una festa lunghissima e indimenticabile. Alla fine della stagione, il Valencia veniva considerato la squadra più forte del mondo. Eppure, Benitez non sarebbe mai più tornato su quella panchina. Il 2 giugno del 2004 convocò una conferenza stampa a Paterna, per annunciare la sua partenza. Non furono consentite domande. Benitez, commosso, lesse una dichiarazione che aveva preparato su un foglietto. Glielo aveva consigliato sua moglie. “Scriviti qualcosa, oppure non saprai cosa dire”. La frase era: “Ho preso molte decisioni difficili nella mia vita: io non resterò al Valencia la prossima stagione. Ho valutato l’offerta del club, ma dopo gli eventi della scorsa stagione non me la sento di restare. Mi prenderò qualche giorno per decidere cosa fare in futuro. Vi ringrazio per questi tre anni fantastici. Ho due figlie, una è valenciana, per questa ragione la città di Valencia e il Valencia resteranno sempre con me, nei miei pensieri e nel mio cuore”. Liverpool, ecco il futuro.
(8. – continua)
Il Ciuccio

(foto tratta dal libro “Rafa Benitez”, di Paco Lloret, ed. Dewi Lewis Media, 2005)

le precedenti puntate
1. L’infanzia
2. Il giovane calciatore
3. E un giorno Rafa scelse la panchina
4. La prima panchina nella Liga
5. Il giorno in cui diventò Tormentor
6. E a Valencia dissero: Benitez chi?
7. La rivoluzione del riso che condusse al trionfo

ilnapolista © riproduzione riservata