Borgonovo, suo malgrado simbolo di un calcio che stava cambiando

Di Stefano Borgonovo ho un ricordo nitidissimo, risalente a giusto vent’anni fa. Lo incontrai per caso d’estate, a Roccaraso, dove io ero in vacanza con la mia famiglia e lui in ritiro col Pescara, una delle ultime tappe della sua lunga e brillante carriera. Girava per le stradine del paese con scioltezza e serenità, insieme a John Sivebeak, carneade danese fresco campione d’Europa che non lasciò traccia nel nostro campionato. La passeggiata tardopomeridiana di un giocatore in libera uscita il cui massimo sgarro è un gelato al parco con i compagni di squadra. Era il 1993, ma non penso che i ritiri di venti o trent’anni prima fossero tanto diversi. Borgonovo sorrideva, il capello un po’ lungo, l’aria distesa di chi fa uno dei mestieri più belli del mondo. A me e mio fratello sembrò di vedere una figurina che ci camminava accanto, e ci accompagnò lo stupore di quando si incontra un personaggio famoso.

Tutto quello che è venuto dopo ha contribuito a fare di Borgonovo un simbolo, suo malgrado, di un tempo antico di cui il calcio moderno ha rispetto e timore, qualche volta vergogna. Ma dal quale è ormai stato inghiottito. La grana un po’ vecchia di certe immagini, le maglie semplici di un tempo e gli spalti gremiti di gente attaccata alla radiolina danno anche agli anni 80 e 90 un sapore di passato remoto come il bianco e nero dell’invincibile Inter o la pellicola seppiata che immortalò le gesta del grande Torino. A quel calcio ci avvicina oggi il triste elenco delle vittime della Sla, il ricordo di ragazzi traditi dalla passione che avevano scelto come ragione di vita. Un elenco casuale di giocatori sfortunati, sulle cui vicende il mondo del calcio continua colpevolmente a tacere, impaurito e distratto, quasi certamente corresponsabile.

Certo, si rischia di scivolare in un discorso stucchevole, ed è vero che col senno di poi sono tutti professionisti esemplari e uomini tutti d’un pezzo, esempi di vita, eroi e via blaterando, nomi racchiusi nei boxini dei giornali intitolati retoricamente “la spoon river del pallone”.

Ma se si pensa a Lombardi e Signorini non si può non notare la somiglianza di queste due storie, difensori centrali e capitani di piccole squadre come lo si era un tempo, leader dello spogliatoio colpiti dallo stesso male. Viene da pensare subito alle carriere spezzate di Fortunato e Minghelli, ed anche alla malinconia che ha attraversato i drammi diversi tra loro di Di Bartolomei e Scirea, o l’improvviso addio di Pazzagli che faceva il cantautore nel tempo libero. Anche queste storie rendono leggendario e malinconico quel calcio lontano ormai quasi trent’anni.

Figurine sbiadite, ma ragazzi in carne ed ossa, come il Borgonovo a passeggio di venti anni fa. Bandiere gentili di un calcio diverso dove molti di loro non avrebbero trovato cittadinanza, tanto che di loro ci si ricorda poco. Un periodo che è sbagliato rimpiangere, certo, ma in fondo da quel calcio siamo partiti per diventarne oggi sedotti, malati, talvolta dipendenti. Se oggi il calcio ci appassiona è perché quel calcio ci appassionava.

Centravanti di razza, di quelli vecchia maniera, gemello del gol del miglior Baggio, quando i due segnarono più della metà dei gol della Fiorentina nel campionato 1988/89, quella in cui il Napoli cedette all’Inter del Trap, Stefano Borgonovo passò presto al Milan, meritando il ruolo di punta di scorta che onorò con gol preziosi e pesanti. Fu il simbolo di quello che il Guerin Sportivo definì un giorno “Due-Milan”, con una copertina indovinata, nell’estate del 1989. Il passaggio netto e irreversibile al calcio di oggi: Marco Van Basten e Stefano Borgonovo erano come un Giano bifronte, due facce della stessa medaglia, due cloni della stessa squadra, il “Milan B” che prendeva forma, l’antipasto del calcio del Duemila, appunto, con le rose smisurate e i posti in piedi in panchina, dove c’era posto soltanto per cinque giocatori.

Ecco, al di là dei fiumi di parole (e di retorica) di questi giorni, dai tweet sinceri dei vecchi compagni o degli amici giornalisti all’eccessiva rigidità di un Fifa che non ha ammesso il minuto di raccoglimento e si è fatta bastare una dichiarazione di facciata sul calciatore scomparso, senza riferimenti al male che l’ha ucciso, mi stranisce pensare al contrasto che la figura di Stefano Borgonovo porta nei miei ricordi.

Simbolo di un calcio antico, un po’ glorioso, coi colori ancora poco vivi e molta meno tv, che cammina sereno per le strade di un paesino di montagna, senza agenti al seguito, compagne vamp e paparazzi attorno, e al contempo prima espressione di un calcio cannibale, quello che toglieva i buoni giocatori alle piccole e medie squadre per farli essere riserva nelle grandi. Quella specie di veleno al mercato che è cominciato proprio col Milan di Berlusconi a metà anni 80, quando il Cavaliere razziò il mercato per fare una fortissima formazione riserve, coi vari Pazzagli, Filippo Galli, Fuser, Simone, Carbone, Massaro, Carobbi, buoni giocatori che avrebbero però fatto la loro figura in formazioni in lotta per l’Europa o per una salvezza tranquilla, e invece finivano per scaldare, ben retribuiti, le panchine e le tribune del Meazza.

Quel Milan perse lo scudetto a due giornate dalla fine, e a Napoli ce lo ricordiamo bene: il gol fantasma di Marronaro a Bologna, la monetina di Alemao, la fatal Verona, la cavalcata azzurra al Dall’Ara, il gol di testa di Baroni. Borgonovo lasciò il segno in Coppa dei Campioni, e le foto che oggi vediamo lo ritraggano sorridente in aereo con la coppa dalle grandi orecchie. Per i trionfi del Milan non ho mai gioito, condizionato dalla rivalità storica e pervaso forse da un pizzico di invidia. Ma quell’immagine oggi assume un altro valore e intenerisce un po’, pensando a quanto altro avrebbe potuto vincere, magari come allenatore, o semplicemente a quanto il mondo del calcio, che gli diede quella gioia, gli ha tolto nel tempo, inchiodandolo ad un destino triste e maledetto.
Alessandro Chiappetta

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