E’ tornata l’ironia
sugli spalti del San Paolo

C’è stato un segnale importante trasmesso dagli spalti prima di Napoli-Fiorentina. Spontaneamente, anche con mezzi rudimentali ma efficaci, con striscioni estemporanei e cartelli scritti a mano con pennarelli colorati, è tornata una diffusa esternazione di ironia calcistica. Battute,disegni umoristici, frasi fantasiose per invitare al sorriso. Nel tempo del tifo che sconfina spesso nei toni cupi di un minaccioso rancore, ecco un bell’arcobaleno di arguzia e freschezza. Non poteva che arrivare da Napoli questo invito a una visione più  “umana” del tifo e dei suoi derivati. Tra il Vesuvio e il mare è stata forse compiuta, per impulso spontaneo, la semina giusta per rivedere l’albero del pallone secondo natura. Primo ingrediente: la passione, che non è mai mancata. E accanto l’ironia: quella sempre scintillante dei singoli e quella collettiva, condivisa e praticata per il radicato gusto del paradosso,della risata come modo per affrontare e vincere ogni difficoltà. Uno stato d’animo che è sempre stato un valore aggiunto per Napoli, nella sua storia grande e tormentata. Saper valutare, criticare, discutere,anche contestare ma sapere ridere. Non a caso, qui sono nate nei secoli le più grandi scuole di raffinatissima comicità, che non negano, anzi guardano bene negli occhi difficoltà e problemi. Così è stato anche per il calcio. Fantasia e umorismo a piene mani. I tifosi che affollarono il Vomero in quel giugno del ’50 per la partita del ritorno in A (2 a 1 sul Catania) agitavano un rudimentale cartello: “L’urdema, ‘a cchiù bella, n’ce ‘a facimmo cù ‘a muzzarella”. Quando, pochi anni dopo, scivolò Jeppson (105 milioni di allora…) si gridò: “è caduto ‘o banco ‘e ‘Napule.” Un artigianale striscione incitò gli azzurri, in una difficile domenica, con questa invocazione: “Ciuccio, m’affido a te, no uno adda essere, ma tre!”. E si vinse per tre a zero! Storico lo striscione per Canè: “Vavà, Didì, Pelè, site ‘a uallera ‘e Canè…”. Sempre sul confine d’un salace sarcasmo, per vendicare le scortesie dell’allenatore Heriberto Herrera verso Sivori ormai azzurro,comparve il cartello: “Heribe’, abbracciate ‘o water e canta ‘non son degno di te’”. Una tradizione estesa nei tempi più moderni, presente anche negli “altarini” riservati a Diego Maradona. Godere e soffrire con animo leggero per le vicende del Napoli, rispettando gli avversari: un esempio da indicare a certe tifoserie di altre zone d’Italia. I cartelli spontanei apparsi sabato sono forse i boccioli di una nuova primavera di buonumore che, nella loro positività, possono accompagnare il cammino di questo Napoli che ogni tanto riprende fiato ma certo ha i numeri per guardare lontano. Passione e ironia possono far volare non solo gli azzurri ma anche “salvare” il calcio. Del resto, da un geniale intuito umoristico nacque il simbolo dell’asinello. Il Napoli delle origini stentava. Aveva come stemma un cavallo rampante. “Ma qua’ cavallo – disse un tifoso – chisto me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella…”. Mimmo Liguoro

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