Pocho dimostrami che non capisco niente

“Io e te non ci siamo piaciuti”. Questo disse la bionda di Max a Noodles in “C’era una volta in America”, cercando di convincerlo a dissuadere l’amico dal colpo alla Federal Reserve Bank. Ecco, per me col Pocho Lavezzi non è stato proprio così. Non è vero che non mi è mai piaciuto. Anzi. Me la ricordo l’estate in cui arrivò a Napoli. Era il 2007. Pierpaolo Marino presentò lui e Marek Hamsik a Castelvolturno. I tifosi, fuori, gridavano: “Meritiamo di più”. Era un oggetto misterioso Lavezzi. Noi affamati di curiosità. Ricordo il dibattito sui quotidiani sul suo soprannome, pocho o loco, e che significa pocho? Paginate e paginate, pare che volesse dire malandrino se non ricordo male.
I quotidiani erano scettici. Un giornalista in particolare ne parlava male. E fu proprio quel particolare a farmi pensare: allora questo a pallone deve saper giocare. A Otranto incontrai Sergio Capone, che definire malato di pallone è poco. Mi raccontò che aveva visto in tv la prima amichevole del Napoli, in ritiro. L’aveva guardata in tv, col figlio, ma in camere separate per non influenzarsi vicendevolmente sui giudizi. A fine primo tempo si ritrovarono in corridoio e quando si domandarono chi fosse stato il migliore, la risposta fu la stessa: Lavezzi. Poi arrivò la tripletta in Coppa Italia, al Pisa se non sbaglio. E, soprattutto, la trasferta di Udine.
All’esordio in serie A avevamo perso in casa col Cagliari. Fabrizio quella partita quasi non voleva vederla. Eravamo a Nerano, alla Conca del sogno, tra miliardari russi e camorristi nostrani, con un maxischermo che pareva il cinema. Alle tre io mi alzo e vado. D’Esposito mi segue scettico, quasi recalcitrante. E questo numero 7, dal fisico tozzo, va che è una scheggia. Destra, sinistra, sul fondo, mette al centro e il Panterone la butta dentro. Nella ripresa non si ferma, va sul destro, rientra sul sinistro e segna. Finisce 5-0 per noi. E il Pocho entra nei nostri cuori.
Lo ricordo due domeniche dopo a Empoli, andare via in contropiede sulla sinistra come se stesse sul motorino; l’avversario lo abbatte, lui rotola cinque metri poi si rialza e prosegue, ma l’arbitro aveva già fischiato. Trascorrevo le giornate a parlare di Lavezzi, a cantare il nome del Pocho, a sognare le sue gesta.
Poi, però, almeno per me, le cose cambiarono. Ricordo quando mandò a quel paese Reja a Lisbona. E quella passeggiata con Marino a Castelvolturno. Fu la prima volta che pensai: manco fosse Maradona. Poi ci fu il gol alla Juventus e quella maglia agitata col San Paolo in delirio. Ma anche quell’ammonizione cercata per anticipare le vacanze di Natale. Ci lasciò da soli perdere a Torino con Denis e Zalayeta. Per gli altri non era successo niente, per me sì. Cominciai a guardarlo con occhi diversi. Certo di emozioni me ne ha regalate. Il primo tempo a San Siro contro il Milan (perdemmo 5-2) con i tifosi rossoneri allibiti e preoccupati; quell’uno-due con Zalayeta sempre a Milano (ma contro l’Inter) che ci fece accorciare le distanze e ci rese meno freddi i successivi 45 minuti su quelle poltroncine. Però non ero più innamorato. E non lo sono più stato. Mi ha sempre infastidito quando torna dietro mentre abbiamo la palla, quando si defila ogni qual volta andiamo in attacco e il pallone non sta tra i suoi piedi. Per non parlare del suo rapporto con Quagliarella.
Ma questo è il passato. Conta poco. Sei rimasto tu. E se non giochi tu, francamente non c’è nessuno che possa sostituirti. Ti prego, Pocho, smentiscimi. Fammelo vedere che sei un campione, che ci sai fare, che fai l’uno-due, che fai i tagli zemaniani, che vai in profondità e sfondi quella cazzo di porta della Sampdoria. E io, te lo prometto, ti chiedo scusa e non parlo più male di te.
Massimiliano Gallo

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