Leggiamo Mazzarri
e ci manca Mourinho

“Valuterei caso per caso, purché si tratti di giocatori più italiani che stranieri”. In nazionale Walter Mazzarri vede bene – o non proprio male – gli oriundi a italianità prevalente. Ma se non fosse per questo tocco di contemporaneità, di globalizzazione che bussa alle porte degli spogliatoi, l’intervista  rilasciata a Repubblica dal mister del Napoli parrebbe proprio di averla già letta. Più volte, lungo i decenni.
Come si esce dalla crisi del calcio italiano? “Tornando a investire sui giovani”, nonché evitando di risparmiare sul bene più prezioso per il futuro dei giovani stessi: gli allenatori. Del tutto inedito anche il passaggio sullo stress da campionato italiano: “non c’è nessun campionato in Europa con le pressioni del nostro: ogni domenica una battaglia”.
E gli schemi? Ah, gli schemi. “Vanno avanti le squadre più organizzate, non quelle costruite sulle improvvisazioni del fuoriclasse”. Avesse Van Basten – non dico Maradona… – in rosa gli chiederebbe di “mettersi al servizio della squadra”?
Poi, si sa, non ci sono più le squadre-materasso di una volta. “Non si passeggia più nemmeno con la Nuova Zelanda”. Che è poi lo stesso tema di un evergreen tutto interno ai confini nazionali: ci tocca ammetterlo, non siamo più il campionato più bello del mondo. “Equilibrio, intensità, mai un risultato scontato”, ribatte Mazzari nel difendere l’<em>appeal </em>della serie A.
Un appeal – fa male ammetterlo dalla metà più blasonata del calcio milanese – che pare essersene andato tutto con Josè Mourinho. Dalle parti del Napolista si è detto fin da subito che Mou ci sarebbe mancato. Vista da Milano, l’affermazione sembrava almeno problematica. Oggi, presentiti i toni da bar sport ininterrotti che ci accompagneranno da settembre in poi, e mai un Mourinho a spezzare la monotonia dei Bartoletti, anche la Milano rossonera capisce di che nostalgia si parlava.
Se se ne va pure Balotelli, poi, è veramente finita.

<strong>Jacopo Tondelli </strong>

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