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Petisso, solitario gaucho di un altro calcio

Petisso, solitario gaucho di un altro calcio

Mentre la campagna acquisti si snoda tra annunci, desideri e trattative, rattrista la notizia della solitudine di Pesaola, in ospedale a Napoli. Carratelli, nel farcene partecipi, ha ricordato da par suo quel che il "petisso" rappresenta nella vicenda calcistica napoletana. Pesaola giocava in maglia azzurra negli anni di un altro calcio, privo di tattiche sofisticate ma più ricco di passione e allegria. Indossò la maglia numero undici che era stata di Naim Krieziu e portò al Vomero, e poi a Fuorigrotta, la tecnica e il temperamento di un calciatore mai domo, padrone del suo spazio di gioco, versatile nel contributo alla squadra: cross dall’ala, soprattutto, ma anche tiri perentori e tanto correre per cucire, palla al piede, il centrocampo con l’attacco. Ruolo che interpretò nell’ultima fase della sua carriera, quando sulla maglia portava il numero 10. Tanti  flash nella memoria: un  tiro forte e rasoterra trafisse il Milan in un inverno vomerese; il prodigarsi da mezz’ala spinse il Napoli alla vittoria contro la Roma all’Olimpico, con i gol di Vinicio e Di Giacomo… Poi venne il Pesaola allenatore, col suo scaramantico cappotto di cammello, in piedi a bordo campo, l’eterna sigaretta tra le labbra, come Yanez di Emilio Salgari. E fu ancora utile al Napoli, applicando alla squadra la sua grande esperienza in tema di calcio e calciatori. Ora, la Napoli del foot-ball deve stargli vicino, ripagandolo del suo tenace amore per la squadra e la città. Qualche anno fa, l’editore Colonnese pubblicò una mia raccolta di profili (in versi) di calciatori azzurri, dagli anni ’50 all’era Maradona. Lo intitolai “La testa nel pallone”, per testimoniare sul grado di vicinanza che può esserci tra il gioco del calcio e la sfera dei pensieri e dei ricordi significanti. Riproduco qui il “medaglione” dedicato a Pesaola, come un abbraccio intenso quanto l’applauso dei suoi tifosi dopo un gol, un dribbling, un traversone millimetrico. <br />Novara, Roma, poi dall’Appia nuova <br />di corsa verso il mare. <br />Ala sinistra, solitario gaucho, <br />nel vuoto della pampa <br />fu fatale parlare ad un pallone. <br />Sotto le sopracciglia, spesse come un’arcata <br />di un vecchio ponte curvo sulla Plata, <br />due occhi grandi, per tenere a galla ricordi e sogni, <br />in fuga da una falla del cuore. <br />Prendeva palla e se ne andava al fondo, <br />poi si fermava come una vedetta. <br />Portava mano sulla fronte, <br />e piano disegnava col corpo un bilancino,<br /> mandando quel pallone proprio là,<br /> dove saliva il ciuffo biondo di Hasse lo svedese, <br />centocinque milioni di finte, ancheggi e tiri, <br />sull’onda un po’ impaziente di spasimi e sospiri.<br /> Generoso campione, ‘petisso’ per gli amici <br />che lo applaudivano in quarantamila. <br />Tutti presenti, senza gli artifici delle Tv col calcio virtuale<br /> che avrebbero vissuto molto male <br />e con poca passione <br />nell’epoca del cuore in un pallone. <br /><strong>Mimmo Liguoro</strong>

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