Il calcio di Italiano è il trionfo delle idee, un manifesto contro i seguaci del calcio semplice
Lettera aperta al Napolista. Basta con questa juventinizzazione, con la dittatura del risultato. Italiano ieri non ha solo vinto: ha espresso un'idea. Ha vinto cercando di donare qualcosa a questo sport.

Mf Torino 15/02/2026 - campionato di calcio serie A / Torino-Bologna / foto Michele Finessi/Image Sport nella foto: Vincenzo Italiano
Il calcio di Italiano è il trionfo delle idee, un manifesto contro i seguaci del calcio semplice
Caro Massimiliano, caro Napolista
questo non è un articolo. Non è un pezzo di approfondimento. O di onanismo tattico. Di inutile celebrazione. Tutte cose che diresti tu, direttore di questa prestigiosa testata, se ora iniziassi a scriverti di come il Bologna è squadra che ha un baricentro variabile senza perdere compattezza. Oppure se ti esaltassi la capacità di verticalità del gioco degli emiliani. O se ancora ti menzionassi la fluidità nell’uscita, la capacità di far crescere giocatori come Dallinga che farebbero fatica ad esser titolari a Benevento, in Serie C.
No, caro Max, questa è una lettera aperta. Aperta alla riflessione di coloro che pensano che il calcio sia una cosa semplice. Che il nostro gioco sia buttar dentro undici giocatori, dirgli di stare attenti a non perdere palla, aggiungergli di mettersi a 5 dietro dal primo minuto ed averne come risultato quello di vincere la partita.
Questa è una lettera aperta a chi ama questo gioco. Al netto del tifo: supportare, amare una squadra è qualcosa di meraviglioso. La mia fede per il Napoli me la sono tatuata. Ma qui parliamo di altro. Qui parliamo del desiderio di vedere questo sport migliorato. Ieri, Vincenzo Italiano non ha solo vinto: ha espresso un’idea. Vince cercando di donare qualcosa a questo sport. Non una sola persona ieri sintonizzata su Sky si è alzata dal divano: riferimenti e scalate, lanci e triangolazioni, cambi gioco e key passes, il centravanti che ha il 9 ed il 10 assieme, il lavoro dell’esterno che prende lo spazio centrale per trovare la palla alle spalle, il terzino che entra dentro per dettare i tempi della manovra. E poi, solo ai supplementari, leggere i momenti della partita e dare spazio anche ad un difensore in più per dirvi: gli ayatollah andate a cercarli altrove.
È stato un manifesto contro quelli, caro Max, che come te, pensano al calcio come al trionfo della plutocrazia. Hai i soldi? Vinci. Hai più cambi? Vinci. Hai più potere? Vinci. Non è questo il calcio che gente come Cruyff, Maradona, Bielsa o altri hanno sognato. Questo è un calcio che è quello stampato nei colletti delle magliette di una squadra che non è mai stata troppo amata dalle nostre parti.
Tra l’altro, vivo con fatica questo processo di juventinizzazione che state portando avanti. Pare che i novanta e passa minuti di una gara non interessino più a nessuno. Che si possa stare su Instagram o su Tik Tok durante la partita aspettandone il finale per poi celebrare il risultato. Non trovo più l’amore per il gioco, il dibattito sulla sua qualità, lo schieramento a favore di un atteggiamento piuttosto che un altro. Voglio nutrire, invece, una speranza, facendo un parallelo politico. Siamo nelle ore del referendum, cosiddetto, sulla giustizia. Mi ha scritto su un social un ragazzo, ancora minorenne. “Marco, mi spieghi perché si vota? Vorrei partecipare anch’io al dibattito. Vorrei parlarne con i miei genitori e dargli la mia posizione”.
Ripartiamo da qui: portiamo al centro del dibattito calcistico le idee, le posizioni. Perché vincere è bellissimo, ma non è l’unica cosa che conta. Lo dico oggi che un allenatore che seguo in ogni sua gara ha scritto un’altra pagina di storia, ancora all’Olimpico, dopo la vittoria della Coppa Italia contro il Milan.
Anche perché, caro Massimiliano, tu sei uno che il calcio lo ama. Sei una penna squisita e, soprattutto, un grande amico. E allora, chiudo questa mia lettera nella speranza di averne risposta, nella convinzione possa rinascere, anche attraverso Il Napolista, un grande dibattito sul calcio. Perché senza idee, ho una sola certezza: non troveremo i soldini sugli alberi per questo nostro calcio di così scarsa qualità. Senza idee rischiamo di perdere ancora un Mondiale. Senza idee saremo per il diciottesimo, il diciannovesimo e per chissà quanti anni ancora senza un’italiana che vinca una Champions. Oppure fuori già alla League Phase o agli spareggi.
Ripartiamo dalle idee, perché pensare (anche nel calcio) è davvero l’unica cosa che conta.











