Per il New York Times “la Serie A non è brutta come gli italiani la raccontano”
Ci lamentiamo troppo, scrivono. E abbiamo pretese eccessive: "I fasti degli anni '80 e '90 non torneranno più. Fatevene una ragione"

Db Milano 20/01/2026 - Champions League / Inter-Bodo Glimt / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Cristian Chivu
Per il New York Times “la Serie A potrebbe non essere più bella come lo era negli anni ’90. Ma non è nemmeno così brutta come vorrebbero farci credere”. E’ che la disegnano così. Sarà anche per il fatto che l’unica italiana rimasta in Champions, l’Atalanta, ha dovuto fare un miracolo. “Il valore dello shock è notevole”, ammette in premessa della sua analisi James Horncastle.
“Titoli che lo definiscono un “disastro”. Conduttori di talk show che fanno affermazioni sensazionalistiche sul fatto che il monte stipendi del Bodø/Glimt sia l’equivalente di quello di Catania, Salernitana, Vicenza e Benevento in Serie A. Che imbarazzo. L’ansia di un Paese cresce in vista dello spareggio della nazionale contro l’Irlanda del Nord il mese prossimo, quando il rischio di perdere un altro Mondiale, il terzo consecutivo, incombe ancora una volta pesante. È, come si dice nel continente, un brutto momento”.
Epperò, sembra voler dire il Nyt. E’ che “il fallimento fa rumore. È più forte di un successo relativo. I club italiani hanno raggiunto otto finali europee negli ultimi cinque anni. Hanno iniziato la fase inaugurale della Champions League della scorsa stagione come leader del coefficiente Uefa, partendo con cinque squadre. La Nazionale ha vinto qualcosa di recente, nel 2021. Le sue squadre giovanili sono state campioni d’Europa a livello under 17 e under 19 e hanno raggiunto la finale della Coppa del Mondo under 20″. Non è che dobbiamo farci prendere da tutto sto sconforto.
“La domanda sorge spontanea: l’opinione pubblica sulla Serie A sarebbe diversa se i suoi rappresentanti avessero vinto in un paio di più di due di quelle otto finali dall’inizio degli anni 2020?“.
Secondo il Nyt dovremmo abbassare le pretese, e farcene una ragione: “A meno che il tasso di natalità non aumenti e non dia vita a una generazione d’oro, che i fondi sovrani non inizino improvvisamente a investire in club, campionati e federazioni italiani, che non eliminino i controlli sui costi e che un cigno nero colpisca la Premier League, quei giorni non torneranno. E poi, anche nell’epoca d’oro, non era insolito che il Milan perdesse contro il Rosenborg o che l’Inter naufragasse contro Malmö, Helsingborg e IFK Goteborg”.
“Le generalizzazioni radicali delle ultime 48 ore o non vogliono riconoscere che la Serie A è tenuta a uno standard che non può più raggiungere (soprattutto nel breve termine) o non riescono a considerare le ragioni specifiche del club o della stagione alla base dei risultati di questa stagione”.
Prendi “il Napoli, ad esempio. Ha un allenatore come Antonio Conte che dà il massimo in campionato e il minimo in Champions League. Ha dovuto anche affrontare una crisi di infortuni senza precedenti e non ha potuto contare su giocatori del calibro di Romelu Lukaku e Kevin De Bruyne in questa stagione. Raggiungere i quarti di finale due anni fa è stato anche il traguardo più lontano mai raggiunto dal Napoli in questa competizione”.
Horncastle prosegue.
“Il talento che ne emerge potrebbe non essere all’altezza delle generazioni d’oro degli anni ’80 e ’90, certo. Ma Gigio Donnarumma, Riccardo Calafiori, Sandro Tonali, Federico Chiesa, Michael Kayode, Guglielmo Vicario e Destiny Udogie giocano tutti in Premier League”.
E poi: “Francesco Pio Esposito, Marco Palestra, Giovanni Leoni, Antonio Vergara, Davide Bartesaghi, Niccolo Pisilli e Honest Ahanor sono tutti ottimi giocatori. Esposito, Palestra e Leoni hanno la possibilità di diventare molto bravi, se non eccezionali”.
Il campionato italiano “ha la possibilità di diventare il migliore degli altri come campionato, piuttosto che accontentarsi di essere un’attività riservata a uno o due club tra una partita di Champions League e l’altra, come nel caso della Liga per Real Madrid e Barcellona, della Bundesliga per il Bayern e della Ligue 1 per il PSG. Più della metà dei club di Serie A sono di proprietà straniera e, nel caso dei club milanesi, finalmente in mani solide”. Insomma, basta fare le vittime.










