Un esperto di cavalli come Allegri non aveva capito che il Napoli era a fine corsa?

Con l'aria che tira nello spogliatoio il Napoli, più che di un nuovo allenatore, ha bisogno di un peacekeeper, un mediatore di pace

Un esperto di cavalli come Allegri non aveva capito che il Napoli era a fine corsa?

German jockey Rene Piechulek rides on " Torquator Tasso " to win in The Prix de l'Arc de Triomphe horse race at The Paris Longchamp racecourse in Paris on October 3, 2021. (Photo by Christophe ARCHAMBAULT / AFP)

Ma chi punterebbe mai su un cavallo azzoppato che ha perso la brillantezza della corsa ma riesce a mascherarlo con l’eleganza dell’andatura? Siamo sicuri che un esperto di ippica come Max Allegri lo riconoscerebbe subito e non scommetterebbe un euro su di lui. E allora – arrivati a questo punto tristissimo della stagione – ci chiediamo: perché ha accettato di salire in sella al Napoli, un corsiero imbellettato dai lustrini del centenario ma indebolito da corse vinte andando oltre i suoi limiti?

Max, si sa, oltre un grande frequentatore di ippodromi, è anche un navigato uomo di calcio: come ha fatto a non accorgersi che il Napoli che gli è stato consegnato era una squadra spompata, dilaniata nello spogliatoio e da campagne acquisti piene di brocchi strapagati? In tanti, confessiamolo, siamo cascati nel tranello della favoletta dell’Allegri vincente dopo gli anni di Conte: è successo alla Juventus e solo lì e in quegli anni, probabilmente, poteva succedere.

L'allenatore del Napoli, Antonio Conte

Conte aveva capito che non era più aria

Ma Antonio che non fosse più aria lo aveva capito già a gennaio scorso, mentre vinceva il secondo e ultimo trofeo in azzurro: di errori ne erano stati commessi tanti (anche da lui, ma questo non lo ammetterà mai) in quei 150 milioni spesi sul mercato (non a caso aveva allontanato Lang e Lucca). Lui poi se l’è data di gambe ma comunque portando il Napoli al secondo posto: un’impresa, vista con il senno di poi.

Possibile che Allegri, allettato dal super ingaggio dopo un anno fallimentare al Milan, non abbia nemmeno sentito qualcuno vicino a Conte per chiedergli: uè, ma com’è la situazione? Mi devo fidare? Lo fa chiunque quando sta per andare in un posto nuovo di lavoro, lui no? Possibile che abbia creduto che un manipolo di trentenni acciaccati, più il perennemente acciaccato Badiashile e il giovane favoloso Favasuli (ora anche lui acciaccato) potessero passare il girone Champions e arrivare almeno quarti? Possibile che don Aurelio, accecato dalle spese pazze dell’era Conte, si sia affidato a una sorta di Gratta e Vinci per risollevare morale e bilancio? Possibile consegnarsi a una lista così lunga di azzardi e pensare di farla franca?

Le cronache del dopo Porto ci riportano una squadra a pezzi, divisa tra italiani e stranieri; tra campioni arrabbiati, ex campioni delusi e mezzecalzette arroganti; tra chi sa di essere forte, chi non lo è mai stato e chi un tempo lo era. Insomma, più che un nuovo allenatore questa squadra ha bisogno di un peacekeeper, un mediatore di pace: De Laurentiis chieda alle Nazione Unite se gliene avanza qualcuno.