Allegri ha le sue colpe (i due gol su corner gridano vendetta) ma non è Mary Poppins
Bisognerebbe de-ideologizzare il dibattito: distinguere le reali responsabilità del tecnico dalle critiche a prescindere. Ha subito tante, troppe rimonte. Le partite del Napoli durano 60 minuti e ora, quando è il momento dei cambi, non c'è più nessuno

Db Milano18/02/2026 - campionato di calcio serie A / Milan-Como / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Massimiliano Allegri
Uno dei più grossi problemi del Napoli è chi sta in panchina. Cioè nessuno.
Non è un attacco a Massimiliano Allegri, che di questa situazione è probabilmente il meno responsabile. Come scrivevamo pochi giorni fa, è il parafulmine perfetto. Gli si possono attribuire il blocco basso, il calcio preistorico, la scomparsa dei dinosauri e, volendo, anche il cambiamento climatico. Ma pretendere che faccia le sostituzioni senza avere i sostituti è una richiesta che esula dalle competenze di Coverciano. Si entra direttamente nel campo dei miracoli. E per quelli, a Napoli, c’è già San Gennaro.
Il Napoli, intanto, ha inventato un nuovo genere cinematografico. Le partite cominciano come un film sportivo, proseguono come un thriller psicologico e finiscono invariabilmente nelle mani di Dario Argento. È Il giorno della marmotta con la colonna sonora di Profondo rosso. Al settantesimo partono i Goblin e lo spettatore sa già che qualcuno non arriverà vivo ai titoli di coda.
La cosa più inquietante è che non comincia neppure così male. Anzi, spesso la squadra resta sorprendentemente dentro la partita. Ogni tanto passa persino in vantaggio, tra lo stupore generale. È il momento in cui nei film horror il protagonista sente uno strano rumore provenire dalla cantina e decide di andare a controllare. Il pubblico urla di non farlo. Lui naturalmente lo fa. E la storia finisce sempre nello stesso modo.

Le tante, troppe rimonte subite dal Napoli
A Milano il Napoli era avanti 2-0 e ha perso 3-2. Contro la Fiorentina ha segnato per primo e si è fatto raggiungere. A Villarreal è passato in vantaggio dopo otto minuti e ne ha incassati tre. Contro il Como aveva appena trovato il pareggio quando ha pensato bene di restituire il vantaggio agli avversari, con il primo degli errori pacchiani di questa stagione massacrante. Con la Roma ha prodotto un piccolo capolavoro surrealista: avanti 2-0, raggiunto, di nuovo avanti, di nuovo raggiunto. Una rimonta subita con tanto di bis, come ai concerti. Solo che sul palco suonavano gli altri.
A Oporto la sceneggiatura ha raggiunto livelli sperimentali. McTominay trova il pareggio, il Napoli arriva al settantesimo sull’1-1. Poi tre gol, un’espulsione e un rigore. Una sequenza così concentrata di disgrazie che perfino Fantozzi, assistendo dalla tribuna, avrebbe chiesto un po’ di moderazione.
Non è più una tendenza. È un abbonamento.
Quattordici dei ventiquattro gol subiti in stagione sono arrivati dal sessantunesimo minuto in poi. Va da sé dopo il 70’ arrivano i gol decisivi (degli altri). È ovvio, è il calcio. E la mezz’ora finale del Napoli è diventata un luogo poco raccomandabile, uno di quelli che nelle guide turistiche vengono accompagnati dalla scritta «si consiglia di non avventurarsi dopo il tramonto».
Il problema, naturalmente, non nasce oggi. Il Napoli aveva già una certa familiarità con il disastro quando la panchina era ancora popolata. Le ingenuità, i vantaggi dissipati, le amnesie collettive erano già nel repertorio. Si trattava di una squadra perfettamente capace di complicarsi la vita senza alcun aiuto esterno. Una qualità che, bisogna riconoscerlo, continua a coltivare con encomiabile dedizione.

Gli infortuni, però, hanno trasformato una commedia degli equivoci in un film dell’orrore.
Prima la squadra si smarriva, ora c’è Chi l’ha visto sulla panchina
Perché prima il Napoli aveva il brutto vizio di smarrirsi. Adesso, quando si smarrisce, non ha più nessuno da mandare a cercarlo. Le gambe cominciano a pesare, le distanze si allungano, e il Napoli si sfalda lentamente, come un mobile dell’Ikea montato senza istruzioni. Non crolla tutto insieme. Prima cede una gamba, poi si stacca una mensola, infine qualcuno prova a rimettere in piedi la libreria e gli rimane in mano il cacciavite.
Gli avversari, nel frattempo, mettono in pratica una strategia rivoluzionaria: sostituire i calciatori stanchi con quelli riposati. Una di quelle intuizioni che potrebbero cambiare per sempre la storia del calcio. Gasperini inserisce Balerdi e quello segna due gol. Spalletti manda dentro Zhegrova e Boga, che confezionano il successo della Juventus. Farioli cambia uomini e trova energie nuove per travolgere il Napoli.
Allegri si gira verso la panchina. È una delle scene più commoventi del calcio contemporaneo. Un uomo solo davanti all’immensità del nulla. Il deserto dei Tartari, ma senza nemmeno i Tartari. A Oporto aveva sette riserve. Due portieri, due Primavera e tre calciatori di movimento della prima squadra (tutti offensivi tra cui Lucca che si sente pure in diritto di cazzìare De Bruyne). Più che una panchina, un casting per Chi l’ha visto?. Per trovare un sostituto di ruolo sarebbe servito un appello in prima serata, magari con tanto di numero da chiamare in sovrimpressione.
Gli altri allenatori leggono la partita, studiano gli avversari, pescano soluzioni dalla panchina. Allegri potrebbe al massimo pescare una carta dal mazzo dei tarocchi. Il Mago, la Torre, l’Appeso. Quest’ultimo, considerato l’andamento delle partite, avrebbe ottime possibilità di trovare posto nell’undici titolare.

Viene quasi da provare tenerezza per Max. Che pure non è innocente, per carità. Le sue letture attualmente hanno difetti, le sue scelte – visto che si perde sempre – sono discutibili e certe marcature sui calci d’angolo sembrano performance di teatro contemporaneo. Undici interpreti che esplorano il concetto di spazio, ciascuno secondo la propria sensibilità. Il pallone, nel frattempo, entra in porta.
Non bisogna assolverlo. Ma nemmeno chiedergli di trasformarsi in Mary Poppins, infilare una mano nella borsa e tirarne fuori un terzino, un centrocampista e magari un attaccante in buone condizioni.
A questo punto non gli serve una difesa d’ufficio. Gli serve una coperta, un tè caldo e qualcuno che gli dica che passerà. Anche mentendo, se necessario.
La prima giornata, contro il Genoa, De Bruyne e Vergara erano entrati dalla panchina e avevano deciso la partita. Oggi quel ricordo ha il sapore di un reperto archeologico. Una civiltà lontana, un’epoca in cui gli allenatori del Napoli potevano pronunciare la frase «preparati, entri tu» senza provocare un silenzio imbarazzato.
Allegri continuerà a essere il bersaglio più comodo. È il destino degli allenatori, soprattutto di quelli che hanno il torto di essere facilmente riconoscibili anche da chi non guarda le partite. Ma ormai, quando lo si vede voltarsi verso la panchina, più che contestarlo viene voglia di mettergli una mano sulla spalla.
Intanto il Napoli entra in campo per giocare novanta minuti. Ne disputa sessanta, talvolta settanta, poi si spengono le luci e comincia Shining. E come in tutti i film horror, c’è sempre qualcuno che grida: «Non aprite quella porta!». Allegri, invece, la porta della panchina la apre. Dietro non c’è Jack Nicholson con l’ascia. Sarebbe già un’alternativa in più.
(Sì, proviamo a prenderci meno sul serio, perché da ridere c’è propri poco).