Buffon dice che Gattuso sarebbe un grande ct della Nazionale: “Davvero qualcuno può parlare di disastro?”
Un'intervista distopica alla Gazzetta. Buffon si unisce al coro delle celebrazioni, ma nella sua realtà parallela Zenica non è mai esistita: "Io di ct me ne intendo"

Dc Roma 19/06/2025 - presentazione Commissario Tecnico Nazionale di Calcio / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Gianluigi Buffon-Rino Gattuso-Gabriele Gravina
Gigi Buffon è stato intervistato dalla Gazzetta dello Sport. Ma non il Buffon della nostra realtà, un altro. Il Buffon di una dimensione in cui l’Italia di Gattuso è andata ai Mondiali. È una realtà parallela che conosciamo bene qui al Napolista, ci abbiamo anche fatto un giretto in estate (qui, qui e qui). O da un’altra in cui lui, Buffon, aveva suggerito Gattuso ct e nessuno era stato a sentirlo. Non si capisce bene. “Suggerito, non scelto – dice – non ero il presidente e non credo lo sarò mai. Suggerito in maniera calda perché sapevo che avrebbe creato, col pochissimo tempo a disposizione, un rapporto con la squadra, dato empatia, senso di appartenenza e, al di là di tutti i pregiudizi e le etichette con cui combatte da sempre, sarebbe stato un ct competente. Era in panchina da dodici anni con esperienze e soprattutto il carisma perfetto per risollevare la Nazionale da quella situazione di crisi d’identità“.

Zenica? Cosa essere Zenica?
Visto che la Lazio domina il campionato con l’Inter è giustamente partita la campagna di riconquista dei pro-Gattuso, un esercito mediatico che mai lo ha abbandonato, nemmeno nei periodi più bui (ovvero tutti, tranne questo). Per cui anche Buffon, nel tentativo di togliersi qualche sassolino dalle sue enormi scarpe, ragiona come se Zenica non fosse mai esistita. Distopia, appunto.
“Lo proporrei – di nuovo il condizionale: come se non l’avesse già proposto e fosse finita malissimo – per quella particolare situazione nella quale ci trovavamo mille altre volte. Lo pensavo con qualche legittima riserva all’inizio, poi l’ho visto a lavoro col gruppo e ho detto: il ct perfetto per quel nostro momento. E io di ct me ne intendo, ne ho avuti ben nove. Se poi uno lo vuole elegante come Zidane, alto uno e novanta, che parla un italiano forbito e si rade ogni giorno, forse sta cercando altro”.

La sua dote era l’umiltà: con quella è diventato un grande giocatore. Scarpe grosse e cervello fino, da contadino. Era il compagno di classe non geniale ma che impegnandosi a mille aveva ottimi voti. Studia perché è orgoglioso e, se fa una cosa, non vuole essere uno dei tanti.
Gattuso come Lippi
Buffon dice che gli ricorda Lippi (che è comunque un po’ di meno di chi in queste settimane ne parla come un mix chimico di Guardiola-Ancelotti-Mourinho-Sarri): “In Rino rivedo Lippi nella gestione del gruppo e nel fare esprimere vitalità a ogni giocatore. Lo sapete tutti che i giocatori si sarebbero buttati nel fuoco per lui come per Marcello. Ora non penseremo mica che un allenatore di A non sia bravo o non sappia di tattica: sono tutti bravi, competenti. La differenza è il rapporto con la squadra e come trasmettono le conoscenze. Poi c’è la genialità di chi in partita vede cose in anticipo e cambia giocatori e sistemi, cambiando la partita, ma quello è istinto“.
Ad un certo punto dell’intervista, ben oltre la metà, traspare il dubbio: “Di sicuro in Bosnia Gattuso non è stato fortunato”, è la domanda.
“Sono nel calcio da trentacinque anni e qualcosa avrò visto. Ma giocando in casa della Bosnia, dove nel calcio d’oggi hai il 50 per cento di possibilità di vincere, in dieci per 80’, dopo aver sbagliato tre gol, e con un’espulsione gigantesca su Palestra non vista, davvero qualcuno può parlare di disastro? Fosse finita 1-0 avrebbero detto tutti che cuore, che difesa. Dopo i rigori, che fallimento. Penso abbia poco senso giudicare così”.
“Con un altro in panchina anche il 5-0 all’Estonia o le vittorie con Israele sarebbero state giudicate come un ottimo avvio di percorso. Con Rino, invece, be’, insomma, era l’Estonia, tutto facile….”.