Rocchi rompe il silenzio: “Ero il mostro, ma mostro perché?”

Dopo mesi da protagonista suo malgrado dell'inchiesta arbitri, Gianluca Rocchi parla per la prima volta a lungo. Un lungo sfogo tra choc, difesa a oltranza e una sola ammissione. Ma i punti che avevamo sollevato — le pressioni, l'archiviazione contestata, le "bussate" — restano lì.

Rocchi rompe il silenzio: “Ero il mostro, ma mostro perché?”

Db Riyad (Arabia Saudita) 22/01/2024 - finale Supercoppa Italiana / Napoli-Inter / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Gianluca Rocchi

In una lunga intervista a Ivan Zazzaroni sul Corriere dello SportGianluca Rocchi rompe il silenzio sull’inchiesta arbitri che lo ha travolto. Il designatore racconta lo choc del giorno in cui ha scoperto di essere indagato per concorso in frode sportiva, tra presunti favori e alterazioni nelle designazioni.

“Mi è esplosa una bomba nella vita”

“Mi è esplosa una bomba nella vita… perché? Me lo sarò ripetuto cinquanta volte. Perché a me, cosa ho combinato? Da impazzire. Ho letto e ascoltato di tutto: ero il mostro. Ma mostro perché? Ho però trovato anche tanta gente amica, c’è chi ha provato a rassicurarmi: a volte sono segnali, mi è stato detto, segnali di un cambiamento, e devono essere colti”.

È il registro di tutta l’intervista: un uomo che si dice incredulo, che ha fatto “pensieri d’ogni tipo” e si chiede chi lo voglia così male, ma che prova a leggere la tempesta come un “segnale”.

La difesa: “Mai sentito Marotta, mai favorito nessuno”

Sul cuore dell’inchiesta — i rapporti con i club, e con l’Inter in particolare — Rocchi respinge tutto:

“Marotta? Mai sentito, così come non ho mai avuto né cercato rapporti con altri dirigenti. Per questo avevo inserito la figura del referee manager. […] Posso garantirti che non ho mai favorito o maltrattato squadre, decidendo sempre in totale autonomia”.

Una versione che ricalca quella già data ai pm, quando difese strenuamente l’Inter e se stesso. Resta però il macigno delle intercettazioni, in cui lo stesso Rocchi ragionava sugli arbitri “graditi”.

L’unica ammissione: “La linea del Var l’ho toppata”

All’autocritica il designatore concede un solo punto, peraltro tecnico:

Errori ne ho commessi, il principale la scorsa stagione: la linea del Var l’ho toppata, ho trasmesso un messaggio sbagliato — meglio più Var che meno. Anche in termini di comunicazione un grosso errore”.

Nulla, invece, sulle designazioni “orientate”: Rocchi ribadisce di aver sempre mandato gli arbitri nelle “condizioni migliori” per la partita.

La “congiura” all’Aia e i nemici interni

Zazzaroni gli ricorda un suo messaggio di giugno — “mi domando perché ce l’abbiano con me all’Aia” — e l’ipotesi di una congiura interna. Rocchi non la alimenta, ma non la nega del tutto:

“Uno dei cinquanta perché senza risposta. Giugno è stato un periodo tra i più duri, non ero nelle condizioni ideali per mantenere l’equilibrio. Ho letto e sentito tante cose, ma non ci ho mai voluto credere. In certi posti e con certi ruoli, non andare a genio a qualcuno è fin troppo naturale: ho amici e nemici, gente che si è sentita demansionata. Però devo confessare che ho ricevuto messaggi molto belli anche da arbitri che non avevo, per così dire, aiutato a crescere”.

Il telefono, le “cazzate” e le “bussate”

Sul fronte delle telefonate — il terreno su cui si gioca l’accusa — Rocchi ammette di viverci, ma nega di aver mai passato il segno:

“Al telefono ci vivo, ricevo cento chiamate al giorno. Anzi, le ricevevo anche prima del 25 aprile. Ma non ho mai oltrepassato la linea della correttezza. Nei fatti”.

Sul capitolo più delicato, le presunte “bussate” ai fischietti, si trincera dietro il procedimento in corso (“ho rispetto del magistrato… ci sarà tempo per chiarire pubblicamente anche questo punto”). E alla domanda diretta — una “bussatina”? — replica secco: “Non fa parte del mio modo di essere e operare”.

Autosospensione, i figli e l’archiviazione che non convince

Autosospeso e senza stipendio, Rocchi dice che rifarebbe tutto: “Penso di sì, lo rifarei. I miei figli hanno capito: uno fa l’arbitro, Samuele, Federico no”. Il resto, però, per noi resta il nodo di sempre: l’archiviazione lascia perplessi, perché per molto meno, a Calciopoli, si parlò di frode sportiva.