Viva De Bruyne un marziano a Napoli, la sua intervista è un manuale di anti-retorica e di superiorità totale
Non concede nulla ai luoghi comuni sulla napoletanità, ci sorvola con la sufficienza di uno che se la può permettere. "Vergara? Pensavo avesse 18 anni". Se gli facesse schifo la pizza ce lo direbbe. Ha "aura", direbbero i giovani

Mg Genova 22/08/2026 - campionato di calcio serie A / Genoa-Napoli / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Kevin De Bruyne
Non sappiamo se a Kevin De Bruyne piaccia la pizza, ma abbiamo l’impressione che se gli facesse schifo ce lo direbbe proprio così: mi fa schifo. Sbadigliando, senza timore di passare per persona orrenda e nemico del popolo. Il fatto è che non ha nemmeno bisogno di attrezzarsi una dimensione posticcia, con noi che siamo momentaneamente il suo pubblico – i suoi tifosi – tantomeno con la stampa che prova ad intercettarlo. Perché ci sorvola con un distacco fisiologico che non è noncuranza: i giovani adesso la chiamano (spesso a sproposito, ma è una moda) “aura”. De Bruyne emana sé stesso ancor prima di parlare, solo se interrogato. E’ un magnetismo naturale. Poi però parla, e le cose le dice. Affilato come un coltello fresco d’arrotino. Trasmettendo per sublimazione una superiorità di stato inespugnabile. Per Conte, per Napoli, per la Serie A, per l’Italia e le sue ridicole arretratezze culturali. Così va letta, in filigrana, l’intervista concessa a Fabio Mandarini per il Corriere dello Sport. Non è tanto quello che dice, ma è il come che si fa grammatica.
Il non-giovane Vergara
Per esempio ad un certo punto parla di Vergara, con uno stupore che trasmette la distanza siderale dal pianeta che abita. “Quando sono arrivato pensavo che avesse 18 anni ma ne aveva 23“. La demolizione, in una frase, di tutta la retorica del tardo-giovanilismo che contrabbandiamo da queste parti. Pescata da un profluvio di “succede”, “non ha senso parlarne”, “è così che vuoi farci”, “non mi interessa”, “va bene così”. Non è fatalismo, non è arroganza: è una postura conquistata in una carriera che a Napoli non avevamo mai toccato con mano. Altri ce li abbiamo portati noi, magari, a quello status. Lui ha fatto il giro contrario. È un alieno, e ci guarda dall’alto. Per farlo con Conte – “Calcio, calcio, calcio. Pensa solo al calcio” – senza uscirne sminuzzato devi avere una scorza d’acciaio. Allegri gli piace di più (“è più sciolto, più informale”), ma è una sorta di concessione, una gentilezza che traspare come non dovuta. Conte… Allegri… Mica l’ultimo allenatore adolescente fresco di “mio gioco”.

E così ci rinfaccia che “non ha senso dire che proveremo a conquistare lo scudetto o cose del genere. Quando sei giovane dici che vuoi fare questo e quello, ma io sono troppo vecchio per queste cose”. E altrettanto, quando Mandarini gli chiede se sta studiando l’italiano (è un esame d’affezione che ogni straniero deve passare, altrimenti pare brutto) lui risponde: “No. È difficile: ho una famiglia, tre figli e tante cose da fare”.
Non siamo abituati alla verità
De Bruyne è dirompente come uno che fa corrente senza aprire una finestra. È irresistibile senza bisogno d’essere simpatico. Concede alla napoletanità solo che “la gente è molto simpatica”, ma giustappone che gli “manca la privacy”. Evidentemente da bambino non ha mai sognato di vestire la maglia del Napoli, come tutti i giocatori della Serie A coi sogni prefabbricati da uffici stampa scarsissimi. “Se mi fanno una domanda sono onesto. Scelgo sempre la verità”. È credibile, questo è lo scarto.
Ovviamente è una ruvidezza che è stata già assorbita male, l’ambiente napoletano è refrattario al disvelamento delle apparenze: ci piace tantissimo farci fare fessi e contenti. Ma va colta questa uberlegenheit, come la chiamano i tedeschi: una superiorità che va sfruttata a induzione. I vincenti sono fatti così, comunicano con filtri che non usiamo abitualmente. Nel calcio i De Bruyne sono unicorni. In attesa che rifletta questa marzianità anche in campo, vale la pena goderselo. Magari impariamo qualcosa.