Rafa Marín non era un esubero né un pacco. Sul campo ha zittito le chiacchiere da bar
Assurdo il desiderio di stroncare un calciatore ancor prima di vederlo all'opera. Andava aspettato, e bisognava dargli fiducia. I risultati stanno arrivando

Como's Greek striker #09 Anastasios Douvikas fights for the ball with Napoli's Spanish defender #16 Rafa Marin during the Italian Serie A football match between Napoli and Como at the Diego Armando Maradona stadium in Naples on August 30, 2026. (Photo by Carlo Hermann / AFP)
La fretta di giustiziare i calciatori
C’è un male sottile, quasi perverso, che attanaglia da sempre il nostro calcio. È la fretta. La fretta spietata di giudicare, o meglio, di giustiziare. Quella sintomatologia giornalistica un po’ nichilista e un po’ presuntuosa che non concede tempo, che non accetta l’attesa e che pretese di emettere verdetti definitivi dopo quarantacinque minuti di calcio d’agosto. Prendete Rafa Marín. Parliamoci chiaro, senza troppi giri di parole: lo spagnolo non sta affatto dispiacendo. Anzi, diciamola tutta, sta dimostrando di valere molto più di quanto i soliti tribunali dell’etere e della carta stampata avessero frettolosamente pronosticato. Eppure, no. Da noi bisognava bollarlo subito, a prescindere. «È scarso», «È un pacco», «Non è da Napoli».
Ecco, mi dovreste spiegare — e magari prima o poi qualcuno si degnerà di farlo — che cosa diavolo significa “non essere da Napoli”. Sulla base di quali imperscrutabili criteri un ragazzo classe 2002 può o non può indossare questa maglia? C’è forse un laboratorio segreto che misura la percentuale di napoletanità calcistica nel sangue? Certo, nelle gerarchie c’era Buongiorno, ed è un dato di fatto. Ma quando è stato chiamato in causa, lo spagnolo ha dimostrato ampiamente di essere all’altezza della situazione. Ha fatto la sua parte nella rosa che ha conquistato il quarto scudetto, sebbene Conte — per sue legittime scelte tattiche e di equilibrio — non gli abbia concesso chissà quale minutaggio. Eppure, in Spagna, prima al Deportivo Alavés e poi al Villarreal, sotto i riflettori di campionati veri, aveva già fatto vedere che a certi livelli ci può stare. Anzi, ci sa stare eccome.

Rafa Marin ha senso della posizione e anche cattiveria agonistica
Senso della posizione da difensore razionale, stazza fisica imponente, piedi assolutamente discreti quando c’è da far partire l’azione e — qualità che a me piace parecchio — una cattiveria agonistica per cui non tira mai indietro la gamba. In più, nello spogliatoio si è integrato benissimo: zero proclami, zero malumori, solo lavoro. Il paradosso? È che forse è stato proprio un mercato a zero a darci la possibilità di scoprirlo davvero. Sarebbe bello se, con la stessa celerità con cui si bollano i giocatori come inadatti, ogni tanto si trovasse anche il coraggio di fare un passo indietro, recitare un mea culpa e fare ammenda. Perché Rafa Marín non era un esubero e non era un pacco. Era semplicemente un calciatore che andava aspettato. E che oggi si sta prendendo sul campo, con i fatti, quello che le chiacchiere da bar gli avevano negato. Animo Rafa, chi è nato sulle sponde del Guadalquivir sa come resistere alle piene senza mai arretrare di un centimetro.