Alcaraz è uscito dal gruppo di Sinner: abbandona la lotta per i premi, ora la sua battaglia è il calendario
Il rappresentante storico di Alcaraz, Albert Molina, lo ha comunicato al gruppo poco prima dell'Us Open, scrive il Times

Spain's Carlos Alcaraz hits a return to Russia's Roman Safiullin during their men's singles first round tennis match on day two of the US Open tennis tournament at the USTA Billie Jean King National Tennis Center in New York City on August 31, 2026. (Photo by TIMOTHY A. CLARY / AFP)
Carlos Alcaraz è uscito dal gruppo. Ha scelto la separazione non consensuale, e un lato preciso della storia anche economica del tennis. Ha lasciato Sinner e la causa comune dei premi troppo bassi. Mentre i colleghi combattevano per una fetta più grande della torta Slam, lui è rimasto a guardare da lontano, il polso fasciato, la testa altrove. Ora che è tornato in campo, a New York, ha ricominciato a vincere come se niente fosse e ha portato con sé anche la sua uscita silenziosa dal fronte compatto dei primi dieci del ranking, scrive il Times. Con uno strano tempismo.
Uno strano tempismo
Il torneo di Wimbledon aveva appena alzato il montepremi a un record di 64,2 milioni di sterline, cifra giudicata comunque insufficiente rispetto alla richiesta di una quota del 16% dei ricavi. Il Roland Garros aveva visto i giocatori tagliare la propria disponibilità mediatica al 15%, un gesto simbolico specchio della percentuale di fatturato che chiedevano. Alcaraz, in quei mesi, non c’era: fuori per infortunio, fuori dalla protesta, fuori – si scopre ora – anche dai piani futuri del movimento.
La richiesta originaria, formulata a marzo dell’anno scorso da un gruppo che includeva lo stesso Alcaraz insieme a Jannik Sinner, Aryna Sabalenka e Coco Gauff, chiedeva il 22% dei ricavi degli slam entro il 2030, un fondo per il welfare dei giocatori e un consiglio che desse loro voce diretta. Sabalenka aveva minacciato il boicottaggio. Sinner aveva parlato ripetutamente di mancanza di rispetto. Poi, a poco a poco, le concessioni sono arrivate: l’US Open hanno aumentato il montepremi del 20%, fino a 108 milioni di dollari, con un contributo record di 2 milioni al welfare. È nato un Grand Slam Player Advisory Council. Il movimento, insomma, stava vincendo.

Ed è proprio in questo momento di apparente successo che il campo si sfalda. Il rappresentante storico di Alcaraz, Albert Molina, ha comunicato al gruppo, poco prima dello slam newyorkese, che lo spagnolo non ne farà più parte. Non c’era, Molina, nemmeno all’incontro dei quindici rappresentanti dei giocatori tenutosi due giorni prima dell’inizio del torneo.
Alcaraz ha scelto un’altra battaglia: il calendario
Il motivo, a leggere tra le righe, non è disaffezione verso la causa economica, ma un fastidio più profondo verso la gestione del circuito Atp: il calendario congestionato, i Masters 1000 allungati a dodici giorni, un sistema che secondo l’entourage di Alcaraz produce più infortuni che incassi. Lo spagnolo lo ha detto chiaramente, in conferenza stampa, prima del successo in tre set su Tommy Paul che lo ha portato ai quarti: “In futuro farò delle pause, delle pause lunghe. Magari non quattro mesi, ma uno, due mesi, saltando alcuni tornei, perché è impossibile giocarli tutti. Stanno aggiungendo sempre più tornei importanti. In un certo senso ci stanno costringendo a giocare. Puoi dire di no, puoi tenerne uno o due, puoi decidere il tuo calendario, ma ci sono dei Masters 1000, degli Slam, e finiremmo per giocare 40 settimane se dovessimo disputare ogni torneo obbligatorio richiesto dall’ATP. È impossibile, e vediamo tanti giocatori infortunarsi, tanti giocatori stanchi. Se non fanno niente, ne vedremo ancora di più. Salterò dei tornei in futuro, di sicuro”.
È una crepa interessante, quella che si apre tra Alcaraz e Sinner. Il numero 1 del mondo resta pilastro della campagna sulla redistribuzione dei ricavi, forte anche di un rapporto stretto con il presidente Atp Andrea Gaudenzi. Due modi diversi di intendere il potere nel tennis: uno che chiede più soldi al sistema, l’altro che chiede meno sistema.