“Alle 3.30 si dovrebbe stare in discoteca, non in campo”: la sfuriata di Bertolucci
Dagli Us Open che finiscono all'alba al rischio di perdere i big per gli infortuni, l'ex azzurro attacca gli orari impossibili degli Slam e propone una soluzione semplice: un limite d'orario uguale per tutti, come il coprifuoco di Wimbledon.

Spain's Carlos Alcaraz hits a return to Russia's Roman Safiullin during their men's singles first round tennis match on day two of the US Open tennis tournament at the USTA Billie Jean King National Tennis Center in New York City on August 31, 2026. (Photo by TIMOTHY A. CLARY / AFP)
Che le partite di notte nel tennis siano una follia, Paolo Bertolucci lo scrive senza giri di parole sulla Gazzetta dello Sport. I match terminati a notte fonda agli Us Open sono, per lui, semplicemente insensati: nessuno sport al mondo impone condizioni simili, eppure qui si manda in campo alle 23.30 un quarto di finale al meglio dei cinque set, per poi stupirsi se finisce alle tre o alle tre e mezza del mattino.
Le partite di notte nel tennis: “Non è sport”
Ciò che l’ex azzurro trova ancora più assurdo è l’entusiasmo con cui vengono celebrati questi record: “Hanno finito alle 3.30, che spettacolo”. Alexander Zverev ha superato due volte le due di notte, e per Bertolucci “non è sport”: è solo un modo per fare male al tennis e ai suoi protagonisti. Vengono chiamate in causa le esigenze televisive, ma — si chiede — quale emittente può davvero essere contenta di mandare in onda un Alcaraz-Shelton alle 23.30? Per ESPN, che trasmette negli Usa, sarebbe meglio alle otto o alle nove di sera; e anche il pubblico americano, il giorno dopo, deve andare a lavorare. Una tortura già denunciata in passato, quando i match che finiscono alle 4 venivano bollati come “una tortura idiota”.
Il conto fisico: “Poi ci si chiede perché si fanno male”
Il punto vero è la salute dei giocatori. Chi finisce a quell’ora non va a letto: deve tornare in spogliatoio, mangiare, farsi i massaggi, presentarsi in conferenza stampa. Poi magari quaranta minuti d’auto per l’albergo a Manhattan, in camera alle sei con l’adrenalina ancora addosso, senza riuscire ad addormentarsi. “E poi ci si domanda perché i giocatori si fanno male”. Bertolucci ricorda che oggi mancano quattro dei primi dieci del mondo — Sinner, Alcaraz fermo fino a poco fa, Rune fuori un anno, Draper — a cui si aggiungono Berrettini, Musetti e molti altri. Di questo passo, avverte, il tennis perderà i suoi personaggi principali. Non è un caso che lo stesso Alcaraz si sia lamentato degli orari: “Se vado a dormire alle due, non recupero bene”.
La soluzione: un limite d’orario per tutti
La ricetta, per Bertolucci, è più semplice di quanto si pensi: serve un limite d’orario preciso, uguale per tutti. Arrivati a quell’ora si sospende e si riprende il giorno dopo. Un principio che a Wimbledon esiste già, con il coprifuoco alle 23. Se gli organizzatori vogliono la doppia sessione per incassare due volte, va bene: ma la sessione serale cominci alle sei e preveda una sola partita al meglio dei cinque set. Del resto, ricorda, dopo il rifiuto di Sinner di scendere in campo alle due di notte a Parigi-Bercy, l’ATP ha vietato l’inizio delle partite oltre le 23; gli Slam, invece, continuano a muoversi poco. Anche i giocatori, però, hanno una responsabilità: se dicessero tutti insieme che a certe condizioni non entrano in campo, i tornei prenderebbero provvedimenti.
“O sarà una sessione dalle 3 alle 5 con i cornetti a bordo campo”
Le alternative tecniche non mancano: un torneo che non riesce a completare il programma può cominciare prima, ridurre le partite sul Centrale o cambiare formato, passando da un tabellone a 128 a uno da 64, o da 64 a 32. Qualsiasi soluzione, per l’ex azzurro, è preferibile a un quarto di finale giocato nel cuore della notte. Perché alle tre e mezza si dovrebbe stare in discoteca, non su un campo dopo aver perso una partita. E se il tennis continuerà a celebrare ogni nuovo record notturno — chiosa Bertolucci — presto avremo sessioni dalle tre alle cinque del mattino, con i cornetti serviti a bordo campo: “Magari qualcuno la chiamerà innovazione. Io continuo a chiamarla una follia”. Uno sport che, come avevamo raccontato, rischia di trasformarsi sempre più in spettacolo per pochi, dimenticando i milioni di appassionati che lo seguono.