A chi giova spegnere il Var?

Fútbolpolitik - Parte la rubrica di Diego De Luca che oggi dice la sua sulla ricetta Orsato. "Il Var stava democratizzando il calcio, perciò è stato spento"

A chi giova spegnere il Var?

Db Milano 28/02/2024 - campionato di calcio serie A / Inter-Atalanta / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: tabellone var

Nessuna diplomazia, solo la Realpolitik del pallone. Fútbolpolitik è la rubrica d’opinione che legge le battaglie di potere e le ipocrisie del sistema-calcio italiano, partendo da Napoli come epicentro di contro-narrazione. Diego De Luca affonda la penna tra politica sportiva, strategie di consenso, pressioni delle piazze e algoritmi che orientano l’opinione pubblica, per raccontare senza filtri la dimensione politica di ciò che vediamo in campo.

Quando nell’agosto del 2017 il monitor a bordo campo fece il suo esordio sul prato verde della Serie A, la percezione diffusa fu quella di un’imminente, inarrestabile democratizzazione del calcio. Dopo decenni passati a dibattere sui movioloni della domenica sera e sul pesante fardello della sudditanza psicologia (quella forza che finiva per far pendere la decisione dubbia sempre dalla parte dei soliti noti) la tecnologia sembrava finalmente il grande giudice, il grande livellatore. Uno strumento cieco di fronte alle maglie, ai colori, alle società e al loro peso politico, capace di restituire la medesima dignità d’analisi al contatto nell’area di una provinciale così come a quello verificatosi al novantesimo minuto in un big match da scudetto.

Orsato

La parabola del Var è tipicamente italiana

Eppure, a guardare cosa è rimasto oggi di quell’entusiasmo, la parabola del VAR in Italia assomiglia paurosamente alla triste parabola di molte altre riforme tricolori: annunciate per rivoluzionare il sistema, poi lentamente disgregate, limate e infine rese inoffensive.

Il depotenziamento della tecnologia è stato un processo chirurgico, andato in scena a colpi di cavilli procedurali. La prima picconata è arrivata con l’irrigidimento quasi maniacale dei protocolli e con l’invenzione del dogma del “chiaro ed evidente errore”. Una formula magica, questa, trasformata con il passare dei mesi in un autentico scudo giuridico. Un errore è un errore, chiaro o poco chiaro, evidente o non evidente. Invece di usare le immagini per fare semplicemente giustizia, la sala di Lissone ha iniziato a rintanarsi dietro la volontà di non “smentire” il direttore di gara, come se si trattasse di un peccato di lesa maestà, relegando la telecamera a mero spettatore passivo nei casi sfumati. I contatti venivano così rispediti al giudizio insindacabile del campo, restituendo magicamente il coltello dalla parte del manico alla solita discrezionalità che in un passato non proprio remoto ha portato allo scoppio di uno degli scandali calcistici più grandi della storia (per il quale non tutto hanno pagato la giusta pena, ma questa è altra storia).

Proprio Lissone, la centrale operativa che avrebbe dovuto rappresentare il tempio della trasparenza e dell’oggettività, si è trasformata col tempo nel teatro di paradossi, omissioni e dubbi procedurali. Audio, linee del fuorigioco tracciate su frame equivoci e, soprattutto, una costante e incomprensibile difformità di giudizio tra un turno di campionato e l’altro. Quello che accade dentro quel bunker tecnologico è diventato terreno fertile per interrogativi inquietanti: perché su determinati contatti la sala VAR richiamava l’arbitro con quasi morbosa insistenza e su altri, del tutto identici, osserva un ostinato silenzio? L’accumularsi di sviste palesi, unite alla sensazione che dal monitor si cerchi più la scorciatoia per coprire il collega di campo che la veridicità dell’episodio, ha finito per incrinare la fiducia stessa nel mezzo, trasformando Lissone non nel luogo della certezza scientifica, ma nell’epicentro del dubbio.

Rocchi capi imputazione De Gregorio Rocchi Calciopoli gavillucci

Il nuovo manifesto ideologico

Viene da chiedersi, non senza una maliziosa nostalgia, a chi giovi davvero questa ritirata strategica della tecnologia. La risposta si trova negli equilibri di potere che il calcio da sempre custodisce. La certezza dell’immagine spaventa chi sui margini d’interpretazione ha costruito rendite di posizione, perché l’errore umano è per sua natura giustificabile, negoziabile e, soprattutto nel calcio, politicizzabile. Riaprire la porta alla discrezionalità significa ripristinare quel sistema di pesi e contrappesi in cui la voce dei club più potenti torna a farsi sentire con maggior vigore nei corridoi del palazzo.

L’approdo finale di questa involuzione porta oggi la firma del nuovo corso arbitrale guidato da Daniele Orsato. Con l’ex fischietto di Schio alla testa dell’AIA, la parola d’ordine è diventata “spazio al campo”, un manifesto ideologico che ha quasi del tutto congelato l’uso del monitor. La linea guida sembra essere chiara: arbitrare come se il VAR non esistesse, limitare le chiamate allo schermo a fatti puramente oggettivi come i fuorigioco millimetrici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Partite dove contatti evidenti vengono ignorati, rigori netti sfuggono nell’indifferenza generale e l’imparzialità promessa appena pochi anni fa lascia il posto a una frustrante sensazione di casualità.

Il VAR non è fallito perchè inadeguato, è stato palesemente disinnescato perché funzionava troppo bene in un’ottica di democratizzazione del calcio. E in Italia l’idea che la tecnologia potesse davvero rendere tutti i club uguali di fronte a un fermo immagine era evidentemente un’utopia troppo indigesta e difficile da far mandare giù a chi teme di perdere controllo, forza e, di conseguenza, potere e peso politico.