Mancini è uno sgarro a Gravina che si stava godendo la crisi della Nazionale

Dopo 16 giorni a parlare di giovani e "filiera", viene ripescato il ct che mancò il Mondiale naturalizzando il 30enne Joao Pedro. Ma Mancini è il dito, la luna è la commedia dell'arte della politica sportiva italiana

Mancini è uno sgarro a Gravina che si stava godendo la crisi della Nazionale

As Roma 25/07/2018 - presentazione calendari serie C 2019-2020 / foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: Giovanni Malago'-Gabriele Gravina

Non spettava a lui, cioè a Malagò, “dire se Gravina si deve dimettere” quando l’Italia perse con la Macedonia non qualificandosi per il Mondiale. “Ma io – dettò alle agenzie – se fossi in lui, lo avrei fatto. In questo mondo le cariche e i ruoli dipendono dai risultati. Non c’è alcun margine statutario per un commissariamento della Federcalcio, ma c’è una chiara responsabilità oggettiva da parte di chi la guida”. Il commissario tecnico di quell’Italia era Roberto Mancini. Malagò, da Presidente del Coni, aveva trovato nel suo omologo della Federcalcio il mandante del fallimento. Salvando l’esecutore materiale, peraltro in un mondo – diceva Malagò – in cui “i ruoli dipendono dai risultati”. Era il 2022, il Pleistocene col metro temporale degli scazzi politici.

I ruoli sono la variabile impazzita di questa storiaccia, i risultati ne sono diventati la costante emetica: il vuoto dei tre Mondiali saltati, con annesse privazioni emozionali di un’intera generazione di incolpevoli bambini. È un trabocchetto: continuare a guardare quella luna – i risultati – mentre dita si intrecciano innumerevoli, tessendo trame, indicando falsi obiettivi, come s’è sempre fatto e ancora oggi si fa.

Svariati piccioni con una sola fava

Mancini è un vessillo, prima ancora che un allenatore. È uno sfregio simbolico a Gravina, il grande vecchio esautorato con violenza istituzionale che immaginiamo abbia trascorso gli ultimi 16 giorni a godersi la crisi con Peroni ghiacciate e frittatone di cipolle. Quando è arrivata l’ora di tornare uomo solo al comando, Malagò ha rimesso Conte nel cassetto dei sogni della Serie A e ridato le chiavi dell’Italia a Mancini. L’uomo che abbandonò la nave alla deriva per andare in Arabia Saudita.

Badate bene che questi sono tutti scenari di plastica, basculanti, deformabili sempre alla bisogna. È la grande commedia dell’arte dello sport italiano al tempo della crisi. Tutti a parlare degli altri senza nominarsi davvero mai, a misurarsi sott’occhio, di cipiglio in corruccio. Il mimetismo è la vera grammatica di questo mondo che lo stesso Gravina (parlandone da vivo) definì una volta “endofederale“. Che magia.

Giovanni Malagò nuovo presidente della Figc

Tutti ecumenici, pronti a darsi di gomito, l’occhiolino sistematico. Il calcio si sa, quando non viene intercettato, è notoriamente fatto di gente che sa campare, l’etichetta prima di tutto. Poi esce fuori Malagò che chiama “veri delinquenti” i Presidenti della Serie A che ora sono il suo tesoretto elettorale, ma tutto passa. Triturato nel lento scorrere dei comunicati stampa, tra una “verifica”, una “riflessione”, il “rispetto”, un “tema”, una “garanzia” e un “tavolo”, un po’ “dialogo”, e qualunque soluzione “sistemica”. Le parole chiave che rimescolate come un mazzo di carte per la scopetta producono decine di dichiarazioni buone per tutto, all’apparenza sempre inedite.

Mancini e i giovani: quello che naturalizzò Joao Pedro

Tralasciando Alfredo Foni (quello del primo lutto, Svezia 1958), l’Italia funziona per riabilitazione: la dignità di Gian Piero Ventura fu riesumata dal fallimento di Mancini, così come Mancini torna alla casella del via dopo il flop di Spalletti. Nel 2022 Malagò fece valere per Mancini la riconoscenza per l’Europeo 2021, mentre indicava la via d’uscita a Gravina. E ha buon gioco – è un fuoriclasse, si sa – oggi a rinominarlo dopo aver passato le ultime due settimane a spiegarci che i giovani, e la “filiera”, e le scuole calcio, e i ragazzini… Mancini, proprio quello che per la Macedonia fece naturalizzare l’oriundo trentenne del Cagliari Joao Pedro.

Per rilanciare Mancini come uomo del futuro, ripescandolo dal passato, serviva un trampolino infallibile: bastava dare la Nazionale a Gattuso e poi minacciare di consegnarla a Pirlo o Thiago Motta perché Guardiola e Ancelotti avevano judo. Mancini è un capolavoro di restyling politico.