La Spagna ha ridotto il proprio key-person risk, ha creato un sistema che viene prima delle individualità
La nomina di De La Fuente non fu casuale, aveva lavorato con successo nelle giovanili. Anche l'Italia aveva una propria grammatica calcistica (che non ha più). Deve ricrearla, il che non significa copiare la Spagna

Mg New York (Stati Uniti) 19/07/2026 - Mondiali di Calcio 2026 / Spagna-Argentina / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Luis de la Fuente
Il Mondiale l’ha vinto la Spagna. Ma la Coppa è del sistema
Il Mondiale è finito con la politica sul palco e la Spagna con la Coppa.
Niente di sorprendente. Nei grandi eventi sportivi la politica cerca sempre la telecamera. Pensare che Mondiali e Olimpiadi diventino zone franche dal potere è ingenuo. Più o meno come credere che un procuratore partecipi a una trattativa soltanto per godersi il panorama. È sempre successo. Continuerà a succedere.
Il tema non è che la politica sia entrata nel Mondiale. La politica era già nello stadio prima del primo calcio d’inizio. La domanda è un’altra: quando il palco viene smontato, che cosa rimane del torneo?
Rimane la Spagna.

La Spagna ha battuto l’Argentina in finale, ha conquistato il suo secondo Mondiale e lo ha fatto senza costruire la squadra intorno ad un uomo incaricato di risolvere da solo le insufficienze collettive.
Non significa che non abbia campioni. Sarebbe difficile sostenere che Rodri o Lamine Yamal siano semplicemente diligenti impiegati del pallone. Il punto è un altro: la Spagna ha ottimi giocatori, ma non è prigioniera di nessuno di loro.
Il talento opera dentro il sistema. Non è il sistema ad essere appeso al talento.
Anche la finale lo ha raccontato. Tradotto in linguaggio aziendale, la Spagna ha ridotto il proprio key-person risk: la dipendenza dall’uomo incaricato di risolvere tutto.
Non ha eliminato la qualità individuale. Ha evitato che l’organizzazione diventasse dipendente da una sola persona.
Hanno una grammatica calcistica riconoscibile
È questa la vera lezione. La Spagna non gioca semplicemente bene. Possiede una grammatica calcistica riconoscibile. I giocatori arrivano da club diversi, da allenatori diversi e da sistemi tattici diversi, ma riconoscono immediatamente alcuni principi: la gestione dello spazio, la disponibilità a ricevere il pallone, il controllo della partita attraverso il possesso, il pressing organizzato, la responsabilità tecnica anche sotto pressione.
Questo non significa che Real Madrid, Barcellona e Atlético giochino allo stesso modo, o che la Liga sia una gigantesca catena in franchising. La forza del modello non è l’uniformità. È la compatibilità.
Le squadre rimangono differenti, ma producono giocatori e allenatori capaci di lavorare all’interno di un linguaggio comune. Quando arrivano in nazionale, non devono imparare un nuovo sport. Devono adattare competenze già familiari a un contesto diverso. È una differenza enorme.

Molte nazionali utilizzano le poche settimane disponibili per costruire un’identità. La Spagna le utilizza per perfezionare un’identità che esiste già.
La carriera di Luis de la Fuente spiega il modello. Non è stato paracadutato sulla nazionale maggiore dopo una brillante stagione in qualche club. Ha lavorato a lungo dentro la federazione, ha guidato le selezioni giovanili, ha vinto con l’Under 19 e con l’Under 21, ha accompagnato molti calciatori fino all’esperienza olimpica e poi li ha ritrovati nella squadra maggiore.
Più che una nomina, è stata una successione organizzata.
Il selezionatore conosceva il sistema. Il sistema conosceva il selezionatore. Molti giocatori conoscevano entrambi.
Tutto molto meno romantico del genio arrivato a salvare la patria, ma molto più efficace.
La Federazione spagnola ha lavorato per costruire l’architettura dell’ecosistema
Naturalmente una federazione non è un gruppo industriale. La federazione spagnola non possiede il Real Madrid, il Barcellona o l’Athletic Bilbao e non può ordinare ai club come giocare. Ma può fare qualcosa di altrettanto importante: costruire l’architettura dell’ecosistema. Non costruisce da sola i calciatori e neppure la cultura dei club. Può però collegare ciò che i club producono, dare continuità alle nazionali giovanili e impedire che ogni cambio di selezionatore diventi un cambio di civiltà calcistica. Può formare gli allenatori, organizzare le selezioni giovanili, creare continuità tra le categorie, stabilire standard tecnici, investire nelle strutture, diffondere conoscenza e rendere prestigiosa una determinata idea di formazione.
Non esercita il controllo gerarchico di una holding. Esercita influenza attraverso competenze, incentivi, reputazione e infrastrutture.

È una forma di governance più sofisticata dell’ordine impartito dall’alto. Non obbliga tutti ad essere identici. Li rende capaci di collaborare quando necessario.
Succede anche nelle organizzazioni migliori. Le diverse divisioni non vendono gli stessi prodotti e non operano negli stessi mercati. Ma condividono un linguaggio, alcuni standard e regole chiare sulle decisioni. Quando devono lavorare insieme, non cominciano dalla traduzione simultanea.
Perché non lo fanno tutti?
Il problema italiano non è copiare la Spagna
Perché costruire un sistema richiede alla federazione di pensare oltre il mandato dei suoi dirigenti, ai club di guardare oltre il prossimo mercato, agli allenatori di lavorare oltre la prossima sconfitta e ai media di aspettare oltre il prossimo titolo.
È una coalizione di pazienza piuttosto innaturale per il calcio. È molto più semplice assumere un nuovo ct e affidargli tutto: tattica, cultura, strategia, comunicazione e possibilmente anche la rigenerazione morale del Paese. In questo modo l’allenatore non guida il sistema. Diventa il sistema. Quando se ne va, bisogna ricominciare.
L’Italia conosce bene il problema, anche perché per molto tempo ha posseduto una propria grammatica calcistica. Le nazionali del 1982 e del 2006 non giocavano nello stesso modo. Condividevano però alcuni elementi profondi della cultura italiana, tra cui una particolare familiarità con le situazioni nelle quali una partita smette di essere bella e comincia a dover essere vinta.
Non erano soltanto difesa. Erano comprensione del gioco. E poi, sottovoce, va ricordato un “dettaglio”: erano anche giocatori forti.

Il problema italiano non è quindi copiare la Spagna. Copiare lo stile di chi vince significa quasi sempre arrivare quando quel vantaggio competitivo è già diventato patrimonio comune. La lezione da copiare è organizzativa.
Bisogna decidere quali competenze debba produrre il calcio italiano, quali caratteristiche debba avere un giocatore formato in Italia, quale continuità debba esistere tra le nazionali giovanili e quella maggiore, come debbano essere preparati gli allenatori e quali principi debbano sopravvivere al cambiamento del commissario tecnico.
La tattica appartiene all’allenatore. La filosofia dovrebbe appartenere al sistema.
La finale ha inoltre offerto un utile controargomento. Anche l’Argentina possedeva un’identità forte, sebbene molto diversa da quella spagnola. Non esiste quindi un solo modo di giocare. Esiste però una condizione che accomuna quasi tutte le grandi squadre: sanno chi sono prima che cominci la partita.
La domanda per il calcio italiano, quindi, non è soltanto chi debba essere il prossimo commissario tecnico.
È quale calcio dovrebbe lasciare già pronto al suo successore.