Il nonno e l’educazione all’amore per Napoli

Il passato rivissuto con lui grazie a una vecchia videocassetta. Poi, gli anni del purgatorio fino a quel cross di Rullo per Calaiò. Napoli è uno stato dell’anima

Il nonno e l’educazione all’amore per Napoli

Ni Napoli 28/05/2025 - Festa scudetto Napoli / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: bandiera

Il centenario

A pochi giorni dal centenario, mi lego al ricordo per condividerlo con chi non c’è più e con chi mi ha educato ad essere tifoso del Napoli. Infatti, bisogna nascere con certi valori, crescerci, farci amicizia sin da bambino. Allora, in una vecchia casa al Vico Vasto a Chiaia, all’ultimo piano, si declinava il Napoli di Diego quotidianamente. Erano quegli anni lì, gli anni dell’infanzia. Di Diego, Diego, Diego e sempre Diego. Un vecchio videoregistratore  acquietava i pomeriggi senza telefoni e senza videogiochi. Una cassetta, presa alle bancarelle, la storia del Napoli. Un incanto. Capace di tenermi fermo ore e mio nonno accanto che anticipava, riviveva, sottolineava. Cantava. Tornava a vivere il passato tracciando con un carboncino le traiettorie di Sallustro, Vojak, Amedeo Amedei, Jeppson e così via fino a Cané. Fino a perdersi in un’era che sarebbe diventata buia molto presto e molto presto avrebbe rivisto la luce.

Quel bambino del vicolo

Sì, perché quel bambino del vicolo, quel vicolo intero, lo aveva ritrovato in Napoli-Lecce, nel sinistro di un anonimo calciatore di transito che però ebbe la grazia di entrare nel mito: Rullo, che la mise sulla testa di Emanuele Calaiò. L’uno a zero al Lecce sancì la fine del Purgatorio e la risalita verso ciò che poi è diventato il Napoli. In quel carboncino che rigava il foglio sul tavolo di Chiaia non c’erano solo i nomi dei morti e dei vivi. C’era la mappa di una dinastia di sognatori che non avevano mai chiesto il permesso di esistere. Chi tifa e lo fa qui, ha stretto un patto con la tolleranza. Il vecchio sapeva che il calcio, a Napoli, non è mai stato una questione di bacheche, ma di eredità orali, di padri che spiegano ai figli perché un tiro di Vojak negli anni Trenta facesse lo stesso rumore di una frenata di Amedei o di una finta di Sivori.

Quando la cassetta girava, riavvolgendo il nastro con quel rumore meccanico che sembrava un vecchio orologio, la stanza si riempiva dei fantasmi del Vomero, delle domeniche in cui Jeppson valeva un impero e della nebbia di San Siro squarciata dal sorriso di Cané.

Il Napoli e lo spirito del nonno quel pomeriggio di giugno 2007

Poi la luce si era spenta, il nastro si era logorato e il Napoli era finito a Martina Franca, a Gela, nei campi senza erba dove il pallone rimbalzava male e l’orgoglio rischiava di affogare nel fango della Serie C. Ma il destino, come scriveva sempre Soriano, ha i piedi storti e la memoria lunga: aspetta l’uomo meno preparato per compiere il miracolo più grande.

Quel pomeriggio del giugno 2007, sotto una pioggia che lavava via dieci anni di umiliazioni e fallimenti, lo spirito del nonno sembrava essersi seduto sulla panchina del San Paolo per guidare il piede di Erminio Rullo, un operaio del cross capitato lì per caso, a disegnare l’unica traiettoria che il carboncino non aveva ancora tracciato. Il volo di Calaiò, l’Arciere che scoccava la sua freccia verso il cielo di Fuorigrotta, fu il punto in cui quel reperto da bancarella smise di essere nostalgia e divenne di nuovo futuro.

Non importa quanto sia profondo il baratro

Da quel giorno il Napoli è tornato grande, ha imparato a guardare l’Europa senza tremare, ma per quel bambino del Vico Vasto, diventato uomo, la verità resterà sempre racchiusa in quel salotto all’ultimo piano: la certezza che non importa quanto sia profondo il baratro, finché ci sarà qualcuno pronto a crossare da sinistra, ci sarà sempre un popolo pronto a risorgere. E poi così, verso il centenario, ci avviamo con tante, ma tante storie masticate e ingoiate malvolentieri. Come lo strappo di Gonella in quel pomeriggio del ’71 contro l’Inter, quando Sandro Mazzola andò dritto negli spogliatoi a far pesare la propria maglia al direttore di gara, scippandoci un pezzo di destino.

Oppure, come in confusi fili con i negativi bagnati e attaccati con la molletta ad asciugare nella memoria, si intravede l’ingiustizia della Supercoppa di Pechino, persa nel deserto della rabbia, o le parate maledette di Malizia del Perugia che spezzarono un sogno che sembrava già cucito sul petto.

 

Non c’è un verso da cui cominciare, questa è una narrazione che puoi rivedere e sfogliare partendo da un punto qualsiasi, a caso, come le carte da gioco mischiate sul tavolo di un bar. Perché appartiene all’anima, ed è questo che questo club rappresenta per i propri tifosi, a prescindere dalle contraddizioni e dai momenti. Napoli è uno stato d’animo e il Napoli lo è, lo sarà costantemente. È una proiezione perpetua di immagini e squarci che si rincorrono senza badare alle epoche. Da Omar Sivori che si fa cacciare per quel pugno a Salvadori della Juventus fino all’urlo di Osimhen a Udine. Da Alemao che sanguina nel fango di Stoccarda fino ai muscoli e al cuore di Scott McTominay che in sforbiciata buca il Cagliari. Il Napoli, esattamente come la città di Napoli, non sarà mai “mille culure” come conviene raccontarla per darle quella patina di retorica spicciola da cartolina per turisti. Ma sarà meravigliosamente, disperatamente ed eternamente un chiaroscuro. Uno dei più nobili, dove la luce e l’ombra si fondono per l’eternità.