Il calciomercato italiano è morto, ci è rimasta solo l’arte di raccontarcela. Quella è gratis

Non l'avremmo mai detto, ma quasi ci manca. Nemmeno più i De Bruyne ammaccati arrivano. L'arida estate del mercato di Serie A è avvilente come le mille operazioni dell'Inter che non si chiuderanno mai

Il calciomercato italiano è morto, ci è rimasta solo l’arte di raccontarcela. Quella è gratis

As Roma 15/03/2026 - campionato di calcio serie A / Lazio-Milan / foto Antonello Sammarco/Image Sport nella foto: Luka Modric

L’arte di raccontarsela, prima di tutto. Non per citare per forza Omero (il nuovo gioco dell’estate: infila l’Odissea in ogni chiacchiera da ombrellone) ma sta diventando epica l’afflizione degli italiani nel credere a tutto pur di sognare un po’: l’Inter ha preso tal dei tali, insegue Caio, per Sempronio manca solo la firma. Per poi rimangiarci titoli e profili, passando al prossimo. Senza mai comprare nessuno, o solo ricarichi da panchina, operazione di minuscolo cabotaggio. È la nuova realtà – poverissima – del calcio italiano. Di cui, presi dalla narrazione, non abbiamo ancora del tutto coscienza. È straniante, questo luglio senza calciomercato tangibile. E lo diciamo da un pulpito di disaffezione conclamata: il calciomercato è come l’oroscopo, senti ciò che vuoi sentire, è appagante ma è una frottola. Ciò detto: ne avvertiamo la mancanza.

Il trainspotting del calciomercato italiano

Perché altrove è un treno che viaggia spedito, noi quaggiù siamo in un trainspotting un po’ avvilente. Lo scrive anche Repubblica stamattina: “C’è chi vive felice e contento, ma altrove. In Inghilterra, dove il Chelsea paga all’Aston Villa 137 milioni per Morgan Rogers che forse neanche sarà titolare, o dove Elliot Anderson può passare dal Nottingham Forest al Manchester City per 135 milioni, Tonali per 107 va al Tottenham e dove arriva Palestra che rifiuta l’Inter per un ingaggio doppio. O in Turchia, dove va Greenwood che dice no alla Roma per i 10 milioni di stipendio che gli dà il Fenerbahçe e dove troverà Trossard, un altro che qui ci sogniamo”. Ieri il Corriere dello Sport titolava “Siamo i nuovi poveri” l’analisi di Alessandro Giudice: una fotografia impietosa della nostra subalternità economica.

Favasuli

La percezione è un trauma a lento rilascio. Abbiamo fatto in tempo, alcuni di noi, a vivere un’adolescenza da babyboomer del calciomercato: in Serie A venivano i migliori, al fantacalcio si giocava con Ronaldo e Batistuta. A Napoli fantastichiamo su Favasuli del Catanzaro, sempre che la prima emergenza difesa dell’anno non ci regali Gatti. Almeno, però, facciamo i conti con le solide realtà che De Laurentiis ha scelto di farsi bastare dopo lo scorso anno di vacche grasse. Altrove – leggi Inter – è un continuo teaser di un amplesso che mai si consuma: arriva sempre, ferale, il momento in cui chi vende vuole in cambio dei soldi. Lo stupore di Marotta davanti a questi bizantinismi del capitalismo è sempre gustoso.

Che tristezza il calciomercato da spiaggia

In spiaggia – per chi ancora può permettersi di andarci – la grammatica del calciomercato pare una lingua antica, un latino inservibile. Te ne accorgi dai toni mesti, le espressioni annoiate di chi non ha più un nome grosso da buttare lì, da rinfacciare al vicino juventino. Nemmeno più i De Bruyne ammaccati arrivano. I più audaci virano sulle invettive socio-economiche: la perdita del fascino, i diritti tv da questua. Tutto giusto ma dannatamente barboso. Gli inflazionati here we go di Fabrizio Romano ormai vanno solo all’estero, Di Marzio resiste col cellulare in mano nell’enclave di Sky ma gli si legge in faccia che la festa è finita e gli amici se ne vanno.

Eccolo il vuoto, tattile come un respiro che manca all’improvviso. Come ha scritto Guia Soncini “questo è il secolo in cui i disgraziati qualunque hanno il tenore di vita che una volta avevano i ricchi”. E il calciomercato era una quinta di scena perfetta, una rappresentazione gioiosa della tradizione. Vivere al di sopra delle proprie possibilità era una religione, ora stiamo perdendo la fede.