Dzeko, “il portavoce del popolo bosniaco”: la squadra che eliminò l’Italia è la più amata del Mondiale
La FAZ le dedica una pagina intera: un inno cantato dai Dubioza Kolektiv, una diaspora sparsa tra America ed Europa, la memoria di Srebrenica. E mercoledì, a San Francisco, gli ottavi di finale. Dietro tutto, un capitano di 40 anni.

Db Zenica 31/03/2026 - spareggio qualificazioni Mondiali 2026 / Bosnia Erzegovina-Italia / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Edin Dzeko
C’è una squadra che l’Italia conosce fin troppo bene, ed è diventata la più amata di questo Mondiale: la Bosnia di Edin Dzeko. È la nazionale che ci ha mandati a casa, e mentre noi guardiamo il torneo da fuori, lei incanta il pubblico americano. Le ha dedicato una pagina intera la FAZ, con un titolo che è già una dichiarazione d’amore: “La squadra più amata del mondo”.
Dzeko e la Bosnia: il supereroe e “il portavoce del popolo”
Nel racconto di Tammo Blomberg, Edin Dzeko è definito senza mezzi termini “il portavoce del popolo bosniaco”. A 40 anni il capitano è il volto e la voce di una squadra che porta “il sogno bosniaco attraverso l’America”, e che mercoledì a San Francisco giocherà il suo secondo turno a eliminazione diretta, gli ottavi di finale. Nessuno come lui incarna questa idea di calcio come identità: chi lo dava per finito dovrebbe ricordare che, non troppo tempo fa, a 38 anni e mezzo segnava ancora tris in Champions.
Attorno a lui, una squadra fatta in gran parte di figli della diaspora: giocatori nati e cresciuti fuori — negli Stati Uniti, in Germania — che hanno scelto la Bosnia. Come Ermedin Demirović, 28 anni, nato ad Amburgo e oggi in Bundesliga, presentato dalla FAZ come il rappresentante-tipo di questo gruppo. In panchina c’è Sergej Barbarez. E non manca la nuova generazione, quella dei talenti che fanno gola all’Italia: Alajbegović, che Napoli, Roma e Milan seguono da vicino, e su cui qualcuno si è già chiesto perché loro abbiano un fenomeno simile e noi no.
L’inno dei Dubioza Kolektiv e la diaspora
Uno degli inni ufficiosi di questo Mondiale, scrive la FAZ, arriva da una band dub bosniaca, i Dubioza Kolektiv: risuona negli stadi e per le strade, cantato in massa, e accompagna la Bosnia oltre ogni confine fin dalla fine di marzo. Non è un dettaglio: quel brano, tredici anni fa, la band lo aveva scritto proprio sulla diaspora bosniaca, con gli Stati Uniti diventati “casa” per tanti. Ecco perché il successo della squadra, per moltissimi bosniaci sparsi nel mondo, vale molto più di una partita: tiene insieme la gioia sportiva e la memoria, la patria d’origine e quella d’adozione.
Srebrenica: perché questa squadra è più del calcio
Sotto l’entusiasmo c’è una ferita che non si rimargina. La FAZ ricorda la memoria di Srebrenica e del genocidio: parenti di diversi giocatori morirono lì. È questo che rende la nazionale un simbolo civile prima ancora che sportivo, e che spiega la commozione con cui la diaspora la segue da una sponda all’altra dell’Atlantico. Vista da qui, l’ironia è amara: la squadra che ha spedito a casa l’Italia di Gattuso non è soltanto più forte di quanto pensassimo — è anche una storia più grande, più bella, più capace di emozionare. E adesso, mentre noi restiamo a guardare, incanta un intero Mondiale. La fonte è la Frankfurter Allgemeine Zeitung.