Ma come si fa a perdere con la Bosnia? Poi ti ricordi di Gattuso e capisci

Ne hanno presi quattro dalla Svizzera. Noi in panchina avevamo l'uomo che parla sempre di gavetta lui che in panchina non l'ha fatta mai

Ma come si fa a perdere con la Bosnia? Poi ti ricordi di Gattuso e capisci

Il ct della Nazionale Rino Gattuso

Monologo di un italiano dopo due birre e Svizzera-Bosnia

Ma voi ve lo ricordate un mese fa? “Eh, ma la Bosnia è solida, c’è Dzeko, c’è il blocco balcanico…”. Sì, il blocco di cemento armato nei piedi! Che poi questi qui vanno a giocare con la Svizzera e ne prendono quattro. Quattro. Dagli svizzeri, capite? Che l’unica cosa che dovrebbero muovere velocemente sono le lancette degli orologi, e invece facevano i triangoli nello stretto. E noi a casa. Noi, l’Italia, fuori da un Mondiale che si gioca pure in America, negli Stati Uniti, roba da grandi palcoscenici, grattacieli, Hollywood, e noi lo guardiamo dal divano. Un Mondiale di una mediocrità che persino l’Italia se la giocherebbe. Certo, mi direte: “Eh, ma Kean si è divorato il due a zero!”. Va bene. “Eh, ma Dzeko l’ha toccata con l’avambraccio sinistro, c’era fallo!”. Va bene tutto. “Eh, ma Bastoni era intontito dalla furia mediatica contro di lui”.

Gattuso: un uomo, un’epopea

Ma come fai a perdere con la Bosnia? Come fa a venirti il mal di mare a Sarajevo? Oggi guardi la tv, vedi il livello delle altre in America e ti viene un travaso di bile che la metà basta. Potevamo stupire! Potevamo andare là a fare i fighi a New York o a Los Angeles. E invece no. Perché noi, eventualmente, ci saremmo andati con lui. Con Rino. Qui il paradosso si fa sublime, roba da farti venire i nodi al cervello. Rino Gattuso. Un uomo, un’epopea. Il classico tipo che trova sempre panchina. Tu lo guardi, con quell’aria perennemente incazzata di chi ha appena masticato un copertone, e dici: “Ma comme fa?”. Come fa? Semplice: lui arriva, si siede in conferenza stampa, punta il dito sul tavolo e comincia: “Ci vuole cuore! Anima! Voglia! Orgoglio! Appartenenza!”. Porca miseria, l’appartenenza! Ormai nei dizionari, sotto la voce “Appartenenza”, c’è la sua foto sudata che urla contro un guardalinee. Avrebbe convinto tutti. Avrebbe commosso l’America e l’Italia intera con la favola della gavetta… che peraltro lui non ha mai fatto!

È partito direttamente col paracadute d’oro. Avrebbe sbandierato le sue idee calcistiche – diciamo così – “approssimative” come fossero il Sacro Graal. E noi lì, con la lacrimuccia: “Vedi? Questo sì che è un uomo vero, uno che sputa sangue”. Sì, sputa sangue. Però, nel frattempo, guardiamo un attimo la storia, perché la matematica non è un’opinione, ma il percorso di Rino è un’opera d’arte d’avanguardia. Prendete fiato, eh. Comincia nel 2013 al Sion, giusto il tempo di capire dove si trovasse sulla mappa prima di essere esonerato. Nello stesso anno scende a Palermo, ma Zamparini non gli dà neanche il tempo di disfare le valigie ed è subito esonero. Nel 2014 vola all’Ofi Creta, dove si dimette dopo la famosa conferenza stampa in “itanglese” rimasta nella storia. Tra il 2015 e il 2017 è al Pisa: lì la grinta c’era, ma non sono mancate le dimissioni per i pasticci della società. Poi il grande salto: il suo Milan dal 2017 al 2019, dove risolve il contratto dopo aver solo sfiorato la Champions – che a Milano, si sa, vuol dire aver fallito.

calcio italiano Bierhoff

Forse è meglio essere rimasti a casa

Passa al Napoli fino al 2021 ed è esonerato a fine stagione dopo aver mancato le prime quattro posizioni proprio all’ultimo respiro. Nel 2021 firma con la Fiorentina ma stabilisce il record mondiale: risoluzione consensuale prima ancora di cominciare, roba che è durata quanto un gatto in tangenziale per divergenze di mercato. Va all’estero: al Valencia nel 2022, esonerato perché manco la paella lo salva; al Marsiglia l’anno dopo, esonerato pure lì perché i francesi non hanno capito il concetto di appartenenza; e infine all’Hajduk Spalato, dove finisce esonerato pure in Croazia. Vedi che alla fine la zona balcanica ritorna sempre? Capito il genio? Questo non è un allenatore, è un format televisivo itinerante. Un uomo che riesce a farsi mandare via in quattro lingue diverse, ma che l’anno dopo trovi comunque sulla panchina di una nobile d’Europa a spiegare che “il calcio è una cosa semplice, ci vogliono i coglioni”.

E allora sai che c’è? Forse è meglio così. Meglio a casa a guardare gli altri, piuttosto che essere a Miami con Rino che in caso di sconfitta contro il Canada ci spiega che è colpa del “fattore umano” e che bisogna “lavorare in silenzio”. Sì, in silenzio. Ora attendiamo il nuovo presidente federale, il nome potrebbe anche non interessare purché si decida una buona volta di scegliere meritocraticamente e di fare da parte politica e agenti influenti. Ci ha fatto fuori la Bosnia che, nel racconto parallelo italico, può apparire serenamente come il Brasile del ’70 ma sicuramente è stata più umiliante della Corea del’66.