Bene Allegri, Napoli ha bisogno di concretezza (e di corto muso)
È il nuovo Tanucci: pochi fronzoli, zero privilegi. Napoli di bellezza ne ha pure troppa, urge sano pragmatismo e De Laurentiis lo ha capito

German jockey Rene Piechulek rides on " Torquator Tasso " to win in The Prix de l'Arc de Triomphe horse race at The Paris Longchamp racecourse in Paris on October 3, 2021. (Photo by Christophe ARCHAMBAULT / AFP)
L’annuncio è finalmente arrivato
Mergellina, sguardo verso Capodichino e gli occhi su X. Al porto del social è arrivato l’annuncio. L’attesa tanto lunga potrebbe essere stata anche una nascosta intenzione, per far sbollire una parte di tifoseria con la puzza sotto al naso. Aurelio De Laurentiis, dall’alto della sua pazienza granitica ha guardato oltre, ha deciso che cento anni di sogni, di effimere magie e di malinconiche cadute erano abbastanza. Napoli non ha più bisogno di poeti maledetti che muoiono all’alba; o di rivoltosi che durano il tempo dei propri moti e poi abdicano. Napoli oggi ha bisogno di un amministratore di condominio col pedigree, di un uomo che sa esattamente quanta acqua serve per spegnere l’incendio e quanta per far quadrare i bilanci. È arrivato Massimiliano Allegri.

Allegri è il nuovo Bernardo Tanucci
Per capire l’effetto di quest’uomo sulla città, bisogna fare un passo indietro nel tempo, abbastanza indietro: al 1700. A Bernardo Tanucci. Il ministro toscano, originario della ruvida Stia tra i boschi del Casentino, che governò il Regno di Napoli per conto dei Borbone proprio come Max governa la sua area tecnica. È una figura che incarna perfettamente l’essenza del nuovo mister. Tanucci arrivò con la mente fredda, l’occhio lungo e una totale allergia ai fronzoli barocchi dell’aristocrazia locale. Non cercava l’applauso della piazza; cercava la stabilità dello Stato. Tagliò i primi privilegi, impose il catasto, trasformò un regno di apparenze in una macchina burocratica solida ed efficiente.
Ecco, Allegri è il nostro Tanucci del ventunesimo secolo. È il toscano sceso al Sud non per insegnare il bello — che qui abbonda fino alla nausea — ma per imporre la dittatura del “corto muso”. Per un secolo il calcio, a queste latitudini, è stato un affare di cuore, di fegato e di eccessi. Abbiamo amato i filosofi del bel gioco, i profeti del pressing alto, i geni ribelli che accendevano la notte per poi lasciarci al buio la domenica successiva. De Laurentiis, che del cinema conosce la finzione ma del denaro conosce la spietata verità, ha squarciato il velo. Con Allegri in panchina, il Napoli non è più una sceneggiatura da Oscar scritta di getto su un tovagliolo di scontrini; è una holding che produce risultati. Addio alle illusioni: non si cercherà più la bellezza estetica a tutti i costi e il colpo di reni per l’1-0 diventa il nuovo manifesto programmatico, almeno sulla carta, nei fatti Max potrebbe stupirci.

La gestione del sentimento va incanalata in un sano pragmatismo
La gestione del sentimento non è più un carburante anarchico, ma un’energia da incanalare dentro binari di assoluto pragmatismo, perché vincere non è importante, è l’unica cosa che fa quadrare il bilancio e tiene lontani i creditori. E la Champions è l’unico cruccio che da sempre attanaglia il presidente. “Il calcio è molto semplice. Esistono le categorie” diceva sempre Max e se proprio dobbiamo dirla tutta, il Napoli ora è di un’altra categoria rispetto a vent’anni fa.
Certo, i nostalgici del pallone romantico siederanno ai tavolini dei bar social lividi di rabbia rimpiangendo le geometrie celestiali e le verticalizzazioni improvvise, dicendo che questo Napoli non fa battere il cuore. Ma Tanucci Allegri risponderà loro mostrando la classifica e il conto economico. E qualcuno risponderà che con il cuore e la volontà non si vincono i campionati, al massimo un applauso di riconoscenza. La Napoli del calcio, dopo cento anni di magnifici fallimenti e rinascite miracolose, ha scoperto il brivido sconosciuto della normalità vincente.
Non ci sono più i fuochi d’artificio a illuminare la notte. O meglio, non saranno solo estemporanei, c’è una solida,rassicurante luce al neon che illumina la strada verso il traguardo. E teniamoci stretto chi preme l’interruttore ogni volta: Adl. E forse, sotto questo cielo così azzurro da fare male, avevamo solo bisogno di qualcuno che ci ricordasse che anche la terraferma ha il suo fascino. E anche Max Allegri, da Livorno, può trasformare Piazza Plebiscito nel “gabbione” e riportarci in massa ad abbracciarci.