Fabregas come Djokovic: “Mia figlia è l’unica senza telefonino”

Fabregas e l'Italia alla ricerca spasmodica del guru. Al Corsera dice che "i ragazzi non hanno pazienza, non riescono più a concentrarsi per più di due minuti, devono cambiare sempre tema, non riescono a fare una cosa per volta"

Fabregas come Djokovic: “Mia figlia è l’unica senza telefonino”

Db Verona 10/05/2026 - campionato di calcio serie A / Hellas Verona-Como / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Cesc Fabregas

Fabregas e l’Italia alla ricerca spasmodica del guru

Walter Veltroni si tuffa su Cesc Fabregas l’uomo del momento del calcio italiano (e non solo). Ha portato il Como in Champions League. E come spesso accade da noi, è sulla strada per prendere il diploma da guru. In Italia abbiamo uno spasmodico bisogno di uomini guida, di creature viventi che hanno capito il senso profondo della vita. Ora tocca a Fabregas. Che parla con Veltroni per il Corriere della Sera. E sui ragazzi non esprime concetti particolarmente originali. Diciamo che non siamo distanti da quel che ascoltiamo ai giardinetti mentre portiamo il cane a fare i suoi bisogni.

Ci ha però colpito che Fabregas è in sintonia con Djokjovic, entrambi non hanno concesso il telefono ai figli. Djokovic disse: “Voglio che imparino a non seguire la massa”.

Dell’intervista di Veltroni riportiamo tre domande e relative risposte:

Il calcio ha occupato la sua infanzia?
Fabregas: “Totalmente. D’estate i miei mi lasciavano dai nonni. Davanti alla loro casa c’era un campetto da cinque contro cinque e io, dalla mattina alla sera, stavo lì. Mi bastava sentire dalla finestra il rumore del pallone e scendevo di corsa. Era una magnifica ossessione. Mi piacerebbe che i miei figli provassero quella gioia, quella sensazione di libertà creativa. Ma ora il tempo è occupato dall’ipad, dai social, da tutta quella merda lì che divora il tempo dei bambini”.

Padre e genitore, come giornalista e madre

Lei è padre e genitore, quale le sembra il pericolo della società digitale?
“L’illusione di vivere in un mondo che non è reale, non esiste. Tutta la gente che ti esalta o che ti insulta sui social, non esiste. Spesso sono dei robot, persone frustrate, rancorose, gente che abita dall’altra parte del mondo e dopo cinque minuti neanche si ricorda di essersi occupata di te. È difficile. Mia figlia di tredici anni è l’unica della sua classe che non ha telefono. Ma anche se lei si innervosisce per questo, io tengo duro. Fino a sedici o diciassette anni, l’età minima che dovrebbe essere prevista, non lo avrà. No Instagram, no Twitter, cerco di proteggere la sua adolescenza. Voglio che faccia di questo un uso consapevole, non che si faccia mangiare il tempo della sua vita da un telefono”.

Veltroni

Come le sembrano i ragazzi che lei frequenta, anche in campo?
“Non hanno pazienza, non riescono più a concentrarsi per più di due minuti, devono cambiare sempre tema, non riescono a fare una cosa per volta. Se un giocatore sbaglia un passaggio sembra sia la fine del mondo, ma sbagliare è naturale, direi necessario. Chi debutta in prima squadra dovrebbe essere emozionato, legato al collettivo. Invece no, alcuni di loro stanno seduti con il telefonino in mano. Dov’è la gioia?”