Donati e i dubbi sul nuovo controllo di Schwazer: “In quell’urina c’è la verità”

Lo storico allenatore a La Stampa racconta come si è svolto il controllo del 26 aprile a Francoforte e i suoi dubbi non nel prelievo, che definisce regolare, ma nella catena di custodia dei campioni.

Donati e i dubbi sul nuovo controllo di Schwazer: “In quell’urina c’è la verità”

archivio Image / Sport / Alex Schwazer / foto Imago/Image

Amarezza e incredulità. Sandro Donati misura le parole davanti alla nuova bufera che ha travolto Alex Schwazer, e non si sbilancia su La Stampa: “No, ma per parlare ho bisogno di dettagli che al momento non possiedo”. Per questo, sul controllo su Schwazer e sulle analisi, l’ex tecnico preferisce attenersi ai fatti che conosce — pochi, per ora — e indicare con precisione quali sono i suoi dubbi.

Il controllo su Schwazer a Francoforte: “Nessuna stranezza nel prelievo”

Donati parte dalla sua esperienza diretta: “Quando ero il suo allenatore lo facevo monitorare in laboratorio: è successo 42 volte in 16 mesi. Adesso no, non conosco i fatti”. Sul prelievo del 26 aprile a Francoforte, però, era presente, e descrive un clima sereno: “Mi hanno permesso di accompagnarlo. Ho chiesto di poter avere parte del sangue prelevato, mi è stato detto di no. Allora ho chiesto di poter trattenere l’urina in esubero e che venisse messo a verbale, perché in quell’urina c’è la verità“. Alla domanda se ci siano state anomalie nel controllo, la risposta è netta: “Esatto, nessuna. Il problema è un altro”. A differenza di quanto accaduto nel 2016, quando il Tribunale di Bolzano accertò la manipolazione dei campioni, stavolta “alcune stranezze nei controlli, questa volta, non le vedo”.

Schwazer

 

La “terza provetta” e i dubbi sulla catena di custodia

Il vero nodo, per Donati, viene dopo il prelievo. È lì che si annidano i suoi dubbi: “In tutti i controlli antidoping, quando gli atleti finiscono i prelievi, sangue e urina vengono portati via: da quel momento tutto è affidato alla correttezza di una catena di controllo molto delicata. Dovrebbe essere una struttura indistruttibile, ma siccome coinvolge molte persone può succedere di tutto”. Da qui la scelta di conservare quel campione in eccesso — la “terza provetta” — “in un luogo sicuro che però non posso rivelare”. Prima di esprimere un giudizio, l’ex tecnico vuole vedere tutto: “Le cose si capiranno quando avremo in mano le carte. Voglio conoscere la procedura, consultare i risultati e studiare il fascicolo”. Una prudenza che riflette la complessità di una vicenda già definita più un “thriller internazionale” che un processo per doping.

I precedenti che alimentano i sospetti: Bolzano, la Russia, Diack

Sul perché la catena di custodia non sia per lui una garanzia assoluta, Donati cita i casi documentati: “Il processo di Bolzano ha messo nero su bianco che nel 2016 ce ne hanno fatti di tutti i colori. Ma non solo: è stato dimostrato che in Russia manipolavano sistematicamente le provette, e l’ex presidente della Federazione internazionale Lamine Diack è finito in carcere per aver fatto sparire delle positività”.

Sul laboratorio di Colonia, lo stesso finito al centro della bufera giudiziaria del 2016, non generalizza: “Allora vennero commesse gravità immani, ma questo è un altro controllo”. Né esclude nulla a priori, in attesa dei documenti. È la stessa battaglia di metodo che Donati porta avanti da anni, convinto che molti casi non emergano perché le istituzioni sportive non vogliono perdere il business — la cornice in cui si inserisce ora il nuovo capitolo del ritorno in gara dell’azzurro a 41 anni, già segnato da un ricorso riesaminato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.