Serie A, mai così pochi gol da vent’anni: a maggio si rischia il record negativo (e i portieri ringraziano)
La Serie A 2025/26 si avvia a chiudere con la peggior media reti dal ritorno a venti squadre: 828 gol in 35 turni, 2,43 a incontro. Quarta stagione consecutiva sotto i 1.000 gol, e per la prima volta si rischia perfino di restare sotto i 900. La curva continua a scendere. E adesso anche i portieri raccontano la stessa storia.

Dc Napoli 10/02/2026 - Coppa Italia / Napoli-Como / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Jean Butez
I numeri della Serie A 2025/26 sono ufficialmente i peggiori da quando il campionato è tornato a venti squadre. Con quattro turni ancora da disputare, e con la 35esima giornata aperta dall’1-2 del Pisa al Lecce che ha spedito i toscani in B, la Serie A conta 828 gol in 341 partite. La media è di 2,43 reti a incontro: il dato più basso dal 2004/05. Per chiudere sopra quota 1.000 — soglia che fino a tre anni fa era considerata fisiologica — servirebbe una media di 4,4 gol nelle ultime 39 partite. Più che improbabile: irreale. Persino quota 900 è in bilico. Bastano 1,8 reti a partita per evitare l’umiliazione, ma considerando che siamo a 2,43 e che il finale di stagione, con squadre già salve o già eliminate, di solito non aiuta, il rischio c’è. Eccome.
E in Serie A si fanno pochi gol come non si vedeva non da vent’anni, ma da trentadue. Ad aprile, sulla scorta dei dati Opta, lo abbiamo scritto chiaramente: la media di 2,42 — oggi 2,43, alzata di un’inezia dal Pisa-Lecce — è la peggiore degli ultimi trentadue anni. Per ritrovare un dato simile bisogna risalire ai primi anni Novanta, quando il calcio italiano era un’altra cosa.
Serie A, pochi gol da quattro anni di fila: 974, 992, 973 e ora 828
Il triennio nero sta per diventare quadriennio, e la curva è impietosa. Nel 2022/23 la Serie A aveva chiuso a 974 reti, media 2,56. Nel 2023/24 a 992 e 2,61 (il punto più alto del crollo, ironicamente). Nel 2024/25 a 973 e 2,56. Tre stagioni consecutive sotto i 1.000 gol — eventualità che, dal ritorno a venti squadre, si era verificata solo due volte: nel 2010/11 (955 reti) e nel 2015/16. Erano eccezioni, allora. Sono diventate la regola.
Quest’anno, con 828 reti a 39 partite dalla fine, la quarta stagione consecutiva sotto quota mille è praticamente certificata. E sarà la più povera di tutte. C’è anche il rischio concreto, per la prima volta in un torneo a venti squadre, di un capocannoniere sotto le 20 reti. Lautaro Martinez è in testa con 15 gol, alla pari con Riccardo Orsolini: in dicembre il Guardian lo definì “l’unico capace di segnare in una Serie A povera di gol”. A cinque mesi di distanza, e con la stagione quasi finita, la fotografia è la stessa.
Portieri imbattuti d’Europa, gli italiani dominano (per sottrazione)
C’è un’immagine che meglio di altre racconta cosa sia diventata la Serie A. Nella classifica europea dei portieri con più clean sheet, in vetta, parla quasi soltanto italiano. Butez del Como è in testa con Raya dell’Arsenal, sedici partite senza subire gol. Svilar della Roma è terzo. Poi Maignan, Sommer, Di Gregorio (13), Provedel e Carnesecchi (12). Sette portieri di Serie A nella top ten continentale.
Sembrerebbe il manifesto della scuola difensiva italiana. È invece il contrario: i nostri portieri non subiscono gol perché, di fronte, non c’è quasi nessuno che sappia farli. È la stessa Serie A in cui, come scrivevamo a gennaio, anche i gol che si segnano arrivano in larga parte da palle inattive — calcio piazzato, mischia, secondo palo. Spettacolo zero.
La paura di perdere ha vinto sulla voglia di giocare
I motivi della carestia li abbiamo già messi nero su bianco e i dati aggiornati al primo maggio non fanno che confermarli. Sono due, profondamente intrecciati. Uno è economico: la Serie A non ha più i mezzi per attrarre o trattenere bomber veri, e infatti tra i quattro giocatori sopra i dieci gol (Lautaro, Paz, Thuram, Douvikas) gli italiani non ci sono. Per trovarli bisogna scendere a otto (Scamacca, Pinamonti, Orsolini, Kean). Il secondo è culturale: la filosofia dominante resta conservativa, l’imperativo è ‘non prenderle’, il feticcio è il “corto muso”. Una volta trovato l’1-0, ci si barrica e si specula.
A questa filosofia il regolamento dà una mano: gli scontri diretti contano più della differenza reti generale, segnare un quinto gol sull’1-4 non serve. In Premier, in Bundesliga e in Ligue 1 ogni rete pesa per tutta la stagione. Da noi no. Si aggiunga che, come certifica un’analisi di marzo, in Serie A si gioca meno che in qualsiasi altro top campionato — 27 falli a partita, 53 minuti di pallone effettivo — e si capisce perché si segni così poco: meno tempo di gioco, meno occasioni, meno gol.
A maggio sapremo se anche l’ultimo bastione cadrà. Sotto i 900 gol totali, la Serie A entrerà in un capitolo del proprio almanacco che nessuno aveva mai aperto. Ma il sospetto è che, a quel punto, non se ne accorgerà nessuno: se il prodotto non si guarda più, il record negativo è solo l’ultima delle conseguenze. Non la causa.