Se Fabregas è retorica, Conte è grammatica

Il Como è bello ma non abballa. Conte è il calcio ridotto all'osso, dove l'estetica è un lusso proibito. Oggi il calcio è Nainggolan che critica McTominay, siamo messi male

Se Fabregas è retorica, Conte è grammatica

Antonio Conte, head coach of SSC Napoli, reacts next to Como’s Spanish coach Cesc Fabregas during the Italian Serie A football match between Como and Napoli at the Giuseppe Sinigaglia Stadium in Como, Italy on May 2, 2026. (Photo by Piero CRUCIATTI / AFP)

C’è una bellezza che assomiglia a certi tramonti sul lungolago struggente, carica di promesse, ma maledettamente effimera. È la bellezza del Como di Cesc Fabregas, una creatura che palleggia con la grazia invidiabile e la presunzione di chi crede che il calcio sia, prima di tutto, un esercizio di stile. A Napoli si direbbe: “Sì, è bello, ma nun abballa”. Il Como ballicchia, in realtà, ma lo fa senza mai trovare il tempo del tango sotto porta. Dall’altra parte c’è il Napoli di Conte che non è retorica, no: se Fàbregas è lo sfumato, Conte è la massa. È materia bruta, è un muro di gomma che assorbe l’urto e restituisce noia, in un’accezione quasi filosofica. Il Napoli sbatte contro il muro del suo stesso pragmatismo, tiene la linea all’italiana con una tigna che sa di altri tempi, aspettando che i ragazzi in maglia lariana finiscano l’ossigeno e la poesia.

Milinkovic Savic per una volta fa il portiere

La partita vive di fiammate spezzate, con un sussulto che poteva cambiare lo spartito: McTominay prima, Matteo poi, ed entrambi potevano segnare il capolavoro del cinismo, l’elogio della sottrazione. Invece resta un punto che sa di poco, in una Serie A che ogni tanto si dimentica i ritmi europei per rintanarsi nel caro, vecchio catenaccio d’autore. Nel primo tempo Milinkovic-Savic decide di fare il portiere vero con un paio di guizzi, mentre nella ripresa si sporca i guanti solo su una deviazione fortuita. Quando il ritmo cala e la lucidità evapora, il Como smette di ricamare e inizia a scalciare, preda della frustrazione di chi ha tenuto il pallone tutta la sera senza cavarne un ragno dal buco.

Se Fabregas è retorica, Conte è grammatica: essenziale, fatta di verbi al passato remoto e pochi aggettivi. È il calcio ridotto all’osso, dove l’estetica è un lusso proibito. Il Napoli si è accontentato, guardando l’ultimo pallone utile e preferendo non rischiare, portandosi a casa il secondo zero a zero contro i lariani. Ci rimane la sensazione di una passione strizzata fino all’ultima goccia in questo sabato che non lascerà tracce negli almanacchi del cuore, ma solo un punticino in quello delle statistiche.

Povero Nainggolan e poveri noi

Ad ogni modo, la classifica non piange: il secondo posto è una vetta da conquistare ed è ampiamente alla portata di una truppa che sa come soffrire. Certo, a leggere certe cronache viene il dubbio che il senno sia andato a farsi un giro: sentire Nainggolan che critica Scott fa quasi sorridere, se non fosse che il calcio è diventato il regno del paradosso. Parliamo di un ragazzo che ha vinto uno scudetto da protagonista assoluto all’ombra del Vesuvio, mica di un rincalzo qualunque che passava di lì per caso come lui a Milano. Certe uscite ci riportano dritti al cassanismo più puro e delirante, a quel gusto dell’iperbole che portò il barese a paragonarsi a Baggio senza arrossire. Insomma, per tornare alle cose serie, quella del Napoli è una stagione da archiviare ma assolutamente non da azzerare. Questa rosa possiede una base d’acciaio, fondamenta solide su cui ricostruire un palazzo di pregio; l’unica vera urgenza è decidere il futuro di chi dovrà impugnare il timone, e occorre farlo in fretta prima che il vento cambi di nuovo direzione. Guiterrez è terzino vero e forte; Hojlund da solo è un peccato; Buongiorno accanto a Rrahmani è un altro giocatore. Forte.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

ilnapolista.it © Riproduzione riservata