Cosa c’è dietro il “filmate le panchine” di Sogliano dopo Juve-Verona: il sistema delle proteste che condizionano gli arbitri
Cosa c'è dietro la frase di Sogliano dopo Juve-Verona: "Filmate le panchine e altro che Var". Non è uno sfogo, è una denuncia su come le panchine delle grandi condizionano sistematicamente gli arbitri.

“Filmate le panchine e altro che Var“. Sean Sogliano l’ha detto sabato sera dopo Juve-Verona 1-1, espulso al 95′ per aver protestato contro la panchina della Juventus. La frase è rimbalzata sui social, è stata trattata come una polemica da post-partita, archiviata nella categoria degli sfoghi. Ma Sogliano non stava sfogandosi. Stava provando a dire qualcosa di più preciso. Proviamo a capire cosa.
Cosa intende Sogliano quando dice “filmate le panchine”
Il Var filma il campo. Riprende i contrasti, i fuorigioco, i falli in area. Ma non filma le panchine. Non riprende quello che succede tra la linea laterale e la quarta fila di seggiolini: le proteste continue verso l’arbitro, le pressioni a voce, i commenti sui giocatori avversari, il lavoro di logoramento che dura novanta minuti. Sogliano dice: se metteste le telecamere lì, vedreste cose che spiegano le partite più di qualsiasi moviola.
Non è un’esagerazione. Per novanta minuti, dalla panchina della Juventus sono arrivate proteste su ogni decisione di Ayroldi. Al 5′, Gagliardini entra duro su David con una gamba alta: giallo, ma Cesari e Marelli dicono che era rosso. La panchina Juve protesta lo stesso, come se il giallo fosse un torto. Al 33′, Locatelli cade dopo un contatto con Akpa Akpro e viene ammonito per simulazione: un errore grave dell’arbitro, lo ammettono tutti. Ma da quel momento le proteste non si fermano più. Ogni fischio, ogni rimessa, ogni contatto. Sogliano osserva dalla panchina del Verona — una squadra già retrocessa, che non ha nulla da chiedere — e al 95′, quando Harroui viene ammonito, esplode. Viene espulso lui.
Il precedente Comolli: quando dalla protesta si passò all’insulto
Quello che Sogliano descrive non è un episodio isolato. È un modello. Due mesi fa, durante Inter-Juve, l’ad Comolli insultò l’arbitro La Penna nel tunnel della Stretford End dopo il rosso a Kalulu. “Espressioni gravemente insultanti”, scrisse il Giudice Sportivo, che lo inibì fino al 31 marzo. Anche Chiellini fu coinvolto. Spalletti dovette mettersi fisicamente tra Comolli e l’arbitro per evitare il contatto fisico.
Il punto è che quel livello di aggressività non nasce dal nulla. Nasce da un’abitudine: la pressione costante sull’arbitro dalla panchina è una strategia, non un’emozione. Le grandi squadre lo fanno perché funziona. L’arbitro che sente proteste continue dalla panchina di casa, davanti a cinquantamila persone, tende a compensare. Non sempre, non consciamente, ma statisticamente sì. Sogliano lo sa perché fa calcio da trent’anni: “Parliamo tanto di cultura sportiva e poi succedono sempre le stesse cose”.
Le intercettazioni di Rocchi raccontano lo stesso sistema visto da un’altra angolazione
Le parole di Sogliano arrivano nel momento in cui il calcio italiano scopre, attraverso le intercettazioni, che il rapporto tra club e arbitri è molto meno istituzionale di quanto si racconta. Rocchi è stato intercettato a San Siro mentre parlava di arbitri graditi o meno a un dirigente dell’Inter. Trenta arbitri sono stati interrogati dal pm per sei ore, uno per uno, sulle singole decisioni in campo. Rocchi si è sfogato con Gervasoni: “Quell’arbitro non lo vogliono più vedere”. Gli stessi arbitri ammettono di essere diventati “parafulmini di tutto”.
Le intercettazioni raccontano il sistema visto dall’alto: le designazioni, le pressioni dei club, le telefonate. Sogliano racconta lo stesso sistema visto dal basso: la panchina, le proteste per novanta minuti, l’arbitro che subisce. Sono due facce della stessa medaglia. “Filmate le panchine” non è una provocazione, è una proposta concreta: se il Var serve a garantire la trasparenza sul campo, perché non si fa lo stesso sulle panchine?
La replica di Spalletti e il dettaglio che non torna
Spalletti ha risposto: “Non l’ho capito bene. Noi non ci siamo mai alzati di panchina”. È lo Spalletti pragmatico che spiega al mondo Juve di non essere né Thiago Motta né Tudor. Ma “non ci siamo mai alzati” non è la stessa cosa di “non abbiamo protestato”.
Sogliano ha chiuso con una frase che vale più di tutto il resto: “Dovrei smettere di lavorare per dire davvero quello che penso”. È la frase di un uomo che ha visto qualcosa che conosce bene, che sa come funziona il meccanismo, e che sa anche che dirlo da retrocesso significa dirlo nel vuoto. “Tanto non interessa a nessuno”, ha aggiunto. Ha ragione: allo Stadium erano in cinquantamila, e l’unico che ha visto il problema era nella panchina sbagliata.