La storia di Biagio Cavanna, il mago-massaggiatore cieco di Fausto Coppi
La racconta L'Equipe, ed è il ritratto di un mondo così lontano da sembrare invenzione. Aveva inventato prima di tutti le tabelle: lo pagavano in olio e vino

Italian cycling champion Fausto Coppi signed autographs on May 30, 1953 after his victory in "The Three Valleys Varesines" (100 km against time), the last of the five events of the Italian Championship. (Photo by AFP)
Biagio Cavanna non vedeva. Ma vedeva tutto. Pugile prima, ciclista poi, cieco dal 1936, aveva trasformato la propria cecità in uno strumento di lettura del corpo umano che nessun medico sportivo dell’epoca sapeva eguagliare. “Le mie mani vedono meglio di qualsiasi occhio umano”, diceva mentre le metteva addosso a Fausto Coppi. È una storia alla Garcia Marquez, quella che racconta L’Équipe in occasione del passaggio del Giro d’Italia da Novi Ligure.
Il mago di muscoli
Cavanna, soprannominato “il mago dei muscoli”, costruì attorno a Fausto Coppi un sistema di preparazione fisica che per gli anni Quaranta era semplicemente fuori dal tempo. Dieta controllata, carichi di lavoro codificati in grafici settimanali, bagni tiepidi con aceto, cinquemila chilometri invernali su bici a scatto fisso, poi al seguito di una moto, poi sulle salite. Con qualsiasi condizione atmosferica. Per far rinforzare la schiena di Costante Girardengo, il grande campione degli anni Venti, lo aveva mandato a trasportare ceste di ghiaia lungo un fiume per tutto l’inverno. Era pagato in olio, vino e cibo. Era un mondo così.
Il futuro Campionissimo lo incontrò per la prima volta alla fine del 1937, nella salumeria di Novi Ligure dove il giovane Fausto lavorava come aiutante macellaio. Cavanna notò quel ragazzo magro come una canna, con pezzi di carne appesi al manubrio della bicicletta e aspettò il momento giusto. L’autunno del 1938 segnò l’inizio di tutto. Meno di un anno dopo, il 7 maggio 1939, Coppi vinceva il suo primo titolo.

Il patto con l’aldilà
Gino Bartali, rivale e testimone scomodo, evocava “un misterioso patto con l’aldilà” per spiegare ciò che non riusciva a spiegare altrimenti. Non era mistica: era scienza applicata con vent’anni di anticipo, filtrata attraverso la figura di un uomo in occhiali scuri e bastone bianco che sembrava uscito da un romanzo neorealista. “Degno di un film di De Sica o Rossellini”, scrive il figlio di Coppi, Faustino, in “Coppi by Coppi”.
Quando Fausto tornò dall’Africa nel maggio del 1945, distrutto dalla guerra, fu Cavanna a rimetterlo in piedi. Poi vennero gli anni dei trionfi: due Tour de France, cinque Giri d’Italia, Milano-Sanremo, Lombardia. Il mago restò sempre nell’ombra, sempre presente. Coppi morì il 2 gennaio 1960, di malaria. Cavanna smise di lavorare. Undici mesi e diciannove giorni dopo, morì anche lui. Come se non avesse più niente da vedere.