Cuesta: “Gli allenatori danno troppe istruzioni, così i giocatori non sanno reagire da soli alle difficoltà”
Al Telegraph: "Per i giocatori l'obiettivo è: vinciamo? Giocherò? Ma c'è un terzo obiettivo: sto crescendo? Mi faccio aiutare da uno psicologo"

Mg Milano 22/02/2026 - campionato di calcio serie A / Milan-Parma / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Carlos Cuesta
Tutto sulla stampa sportiva inglese, in questi giorni di elaborazione del lutto, è a forma di Guardiola. Un’analisi continua. Interviste a tema. Non si finisce mai. Il Telegraph allora è passato ad intervistare i Guardiola del futuro, i “figli di” metaforicamente intesi. Uno è qui da noi, allena il Parma, e si chiama Carlos Cuesta.
Cuesta è stato il vice allenatore di Arteta all’Arsenal. E’ una derivazione filosofica indiretta, per proprietà transitiva. Perché all’Arsenal Cuesta era allenatore dello sviluppo della prima squadra, un ruolo simile a quello che Guardiola ha affidato ad Arteta al Manchester City.
L’allenatore chioccia
“Per i giocatori l’obiettivo è: vinciamo? Giocherò? Ma c’è un terzo obiettivo: sto crescendo?”, dice Cuesta. “E poi, come allenatore, prendiamo sempre le decisioni collettive per la squadra che, molte volte, non sono completamente in linea con ciò che ogni singolo giocatore desidererebbe. Ma, allo stesso tempo, cerchiamo di costruire un percorso in cui ogni giocatore si senta accudito, apprezzato e in crescita”.

Cuesta dice che si fa aiutare da uno psicologo da quattro anni: “È come andare in palestra e avere un personal trainer. Non si va da uno psicologo solo perché ci si sente male. Sarebbe come andare in palestra solo perché si è grassi. No, ci si va prima. Ci si va quando se ne sente il bisogno. So che è una cosa molto personale. Ognuno è diverso. Per me, è stato molto utile in ogni aspetto della mia vita: nel rapporto con la mia famiglia, con me stesso, con i miei giocatori. È solo un altro strumento e lo considero assolutamente normale”.
Il tecnico nerd
La sua è la storia di un nerd. Dice che aveva i piedi troppo “storti” per giocare e allora a 15 anni decise che avrebbe fatto l’allenatore: “Ho cercato di capire: ok, come posso allenare a Madrid? Ho iniziato a scrivere articoli per un sito web, Tactical Room, per il giornalista Martí Perarnau e ho contattato persone di grandi club, e mi è stato offerto un colloquio all’Atlético Madrid”, racconta.
Poi, girando, ha conosciuto Arteta e il resto è storia, più o meno. In Inghilterra “non avevo alcuna credibilità. Perché non avevo alcun background, nessun tipo di supporto se non la fiducia. Quindi, la mia credibilità era la fiducia che le persone che mi avevano scelto riponevano in me. Allo stesso tempo, penso che non tutto nella vita sia sempre logico. Quindi razionalmente, possiamo dire che era un rischio. Ma a volte nella vita sono le sensazioni. E io avevo la sensazione che fosse il posto giusto. E quella sensazione ha dato i suoi frutti”.

“La conoscenza è trasferibile: da un CEO di un’industria a un allenatore di calcio, i principi di gestione delle persone, di creazione di una cultura aziendale, di sostenibilità ai vertici sono molto simili. Mi piace imparare da persone di ogni tipo, provenienti da diversi settori, e cercare di applicare questi insegnamenti al calcio”.
“L’allenatore cerca di dare troppe informazioni, di rendere tutto troppo perfetto. E poi, quando sorgono delle difficoltà, il giocatore non riesce ad affrontarle, non ha la resilienza necessaria. Sono questi gli aspetti che mi colpiscono di più”.