Baggio rivela: “Lippi mi chiese di fargli la spia in spogliatoio all’Inter”

Nel libro "Luce nell'oscurità" Roberto Baggio fa nomi e cognomi: Lippi gli chiese di fargli i nomi di chi nello spogliatoio avrebbe remato contro di lui. Baggio rifiutò. Da lì un anno di mobbing

Baggio rivela: “Lippi mi chiese di fargli la spia in spogliatoio all’Inter”

Db Riyadh 22/12/2025 - finale Supercoppa Italiana / Napoli-Bologna / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Roberto Baggio

Roberto Baggio ha appena pubblicato la sua autobiografia “Luce nell’oscurità“, per Rizzoli — Mondadori Electa, scritto a quattro mani con la moglie Valentina e Matteo Marani. Nel capitolo intitolato in modo eloquente “Invidia. Vai a capire gli allenatori”, il Divin Codino fa nomi precisi su uno dei rapporti più conflittuali della sua carriera: quello con Marcello Lippi all’Inter, stagione 1999/2000. E rivela un dettaglio che pesa: Lippi gli chiese di fargli la spia in spogliatoio.

“Mi chiese i nomi di chi remerebbe contro di lui”

Baggio inquadra il contesto: era reduce dalla stagione 1998/99 all’Inter, una delle più caotiche della storia nerazzurra (quattro allenatori in panchina: Simoni, Lucescu, Castellini, Hodgson). Il nome di Lippi cominciò a circolare per la stagione successiva già da gennaio.

“Volle incontrarmi a marzo, e mi chiese di fargli i nomi di chi, nello spogliatoio, avrebbe potuto remare contro di lui. Risposi a modo mio: ‘Mister, io mi alleno al massimo, lei valuterà se merito di giocare o no, ma non mi chieda altro’. Indispettito, cercò fin dall’estate di provocarmi, per istigare una mia reazione. Ma non persi mai la calma, avevo capito il gioco. Se avessi agito diversamente, avrebbe avuto la scusa per accusarmi di spaccare lo spogliatoio”.

Da quel “no” cominciò il “mobbing tangibile”

Il dossier degli episodi è dettagliato. Baggio ne ricorda diversi:

“Un giorno, Lippi mi urlò con toni arroganti e aggressivi: ‘Fenomeno, dillo ai compagni cosa non ti sta bene’. Io risposi con la massima tranquillità: ‘Mister, dica lei ai compagni cosa mi ha chiesto di fare’, alludendo a quella richiesta di fare la spia”.

Roberto Baggio

Poi c’è l’episodio del vino in ritiro:

“Una sera in ritiro, era consentito un bicchiere di vino a pasto. Io con Peruzzi, Ferron e Frezzolini chiedemmo una bottiglia. Lippi si infuriò. Quella stessa sera era il compleanno di Seedorf, che poco dopo stappò delle bottiglie di champagne per fare un brindisi. In quel caso andava bene, nel nostro evidentemente no”.

E l’episodio del peperoncino:

“Si arrabbiò per un goccio d’olio al peperoncino che avevo messo nell’insalata, per lui una sorta di sacrilegio”.

E il pubblico processo in allenamento:

“Quando feci una battuta a un giornalista, dicendo che l’Inter era come una Ferrari pilotata da un vigile urbano, alla ripresa degli allenamenti fui messo a centrocampo per un pubblico processo davanti ai compagni. Era un attacco costante, un mobbing tangibile”.

I due gol di Verona che salvarono Lippi

Lippi

Il finale di stagione è invece l’opposto della cronaca quotidiana. Lo spareggio per l’ingresso in Champions League contro il Parma di Buffon, giocato a Verona:

“Alla fine, Lippi fu praticamente costretto a schierarmi nello spareggio per un posto in Champions League contro il Parma a Verona. Furono mie le due reti decisive: un calcio di punizione dal vertice destro dell’area che sorprese Buffon e un sinistro potente da fuori area. Vincemmo 3-1, e per me fu un bel riscatto personale, dopo tanti problemi”.

E qui Baggio aggiunge una frase che vale tutta la storia:

“Qualcuno commentò che avevo favorito proprio l’allenatore che mi aveva mortificato. Forse Lippi, senza quelle due reti, sarebbe stato esonerato a fine stagione. Ma non ci avevo pensato neppure un attimo. Io giocavo per la mia squadra, per onorare la maglia e i tifosi”.

Il pattern che si ripete

Il libro inquadra il rapporto Lippi-Baggio come continuazione di un pattern già visto con Renzo Ulivieri al Bologna e poi con Sacchi in Nazionale. La tesi di Baggio è semplice e generosa allo stesso tempo:

“L’amore popolare attrae inevitabilmente molta invidia. Che acceca, corrompe, corrode il cuore di chi non sa fare i conti con il proprio ego. (…) Con Ulivieri ho realizzato cosa sia il risentimento personale. Ero talmente amato dai tifosi che dalla panchina sembrava prendersela per quel mio rapporto simbiotico con il pubblico. Il problema si sarebbe riproposto anche due anni dopo con Lippi, e in maniera ancora più forte”.

Il punto

Negli anni Baggio ha sempre raccontato di non aver mai trovato pace con buona parte degli allenatori che lo hanno guidato. Quello che dice oggi nel libro è la versione più diretta che abbia mai dato: Lippi gli chiese di fare la spia, lui rifiutò, da lì cominciò un anno di tensione, finito con i due gol di Verona che — secondo lo stesso Codino — probabilmente salvarono dall’esonero proprio l’allenatore che lo perseguitava. È la chiusa più paradossale di tutta la storia. E forse la prova che, nel calcio italiano degli ultimi trent’anni, vale ancora l’aforisma di Arbasino che Damascelli stamattina rievoca sul Giornale: “in Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di brillante promessa a quella di solito stronzo”. Per Baggio, vista dalla finestra altrui, è stata anche peggio: brillante promessa, fenomeno, e poi solo l’oggetto di una persecuzione professionale.

Lui ha scelto il silenzio del campo. Anni dopo, ha scelto le parole del libro.