Arteta, l’allenatore intelligente: “Il mio mestiere è vincere. Se devo difendermi per vincere lo faccio”
L'intervista a Marca: "Rispetto tutte le opinioni, e poi bisogna decidere cosa farne: dar loro importanza, scartarle, conservarle come ricordo, bruciarle..."

Arsenal's Spanish manager Mikel Arteta gestures during the English Premier League football match between Manchester City and Arsenal at the Etihad Stadium in Manchester, north west England, on April 19, 2026. Darren Staples / AFP
Mikel Arteta è un allenatore molto intelligente. Uno di quelli che in quest’era di contrapposizione ideologiche – di “mio gioco” di qua e di là – si fa fluido, per così dire. Elastico. Ha vinto la Premier e sabato l’Arsenal si gioca la Champions con quell’altro fuoriclasse di Luis Enrique, ma in patria lo accusano di essere troppo difensivista. Lui, intervistato da Marca, risponde che “rispetto tutte le opinioni, e poi bisogna decidere cosa farne: dar loro importanza, scartarle, conservarle come ricordo, bruciarle, usarle e far sì che siano utili… C’è spazio per tutto. Il mio compito è che se qualcosa non è sufficiente per vincere, non posso accontentarmi. Il mio compito è trovare altri modi per vincere, innovare, trovare approcci diversi da quelli precedenti. Ed è quello che abbiamo fatto per tutto questo tempo”.
“Con tutti gli infortuni che abbiamo avuto, c’è un tempo per ogni cosa. Se avessi inserito quegli infortuni in una macchina e avessi chiesto le probabilità di vincere la Premier League, mi avrebbero dato il 2%. E non mi sarei accontentato. Abbiamo dovuto trovare altri modi, con le nostre risorse e qualità, per essere altrettanto competitivi nelle circa 60 partite che abbiamo giocato, con le richieste che ci sono state fatte”.

La festa staccando il telefono
Poi manco ha festeggiato coi giocatori: “Ho pensato che si sarebbero sentiti più a loro agio senza di me. Quel giorno mi sono allenato normalmente e un’ora prima di Bournemouth-City mi sentivo strano, con un’energia diversa. Sono salito di sopra e tutti i giocatori e lo staff stavano guardando la partita insieme. E ho sentito che era il loro momento. Ho detto loro che sarei tornato a casa e non ho risposto al telefono né ho guardato la partita. I miei figli erano davanti alla tv e sono andato a fare un barbecue in giardino. Gabi Heinze era con me. Sentivo dei rumori dai vicini, ma ho continuato a fare le mie cose. Poi, quando il City ha finito, mio figlio maggiore, Gabriel, è venuto, ha aperto la porta e, tra le lacrime, mi ha detto: “Papà, siamo campioni della Premier League!”. Ci siamo abbracciati tutti insieme, con tutta la famiglia… ed è così che l’ho vissuto. Mi vengono i brividi a vedere come l’hanno vissuto gli altri”.