Trentasette anni fa Maradona trasformò un riscaldamento in un’opera d’arte e nessuno ha ancora capito come

Il 19 aprile 1989, all'Olympiastadion di Monaco, Diego palleggiò a ritmo di "Live is Life" con gli scarpini slacciati. Quel video è diventato il modo più semplice per spiegare il calcio a chi non lo conosce. Hoeness confessò: «Lo volevo al Bayern. Ci distrusse».

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archivio storico Image Sport / Napoli / nella foto: Diego Armando Maradona foto Imago/Image Sport

Oggi sono trentasette anni. Il 19 aprile 1989, all’Olympiastadion di Monaco di Baviera, prima della semifinale di ritorno di Coppa Uefa tra Bayern e Napoli, Diego Armando Maradona fece una cosa che non c’entra nulla col calcio giocato e che è diventata forse il momento più iconico della storia del calcio.

Si riscaldò.

Ma come si riscaldò. Con gli scarpini slacciati, palleggiando con le ginocchia, le spalle, la testa, i piedi — tutto esattamente a tempo con “Live is Life” degli Opus, che in quel momento rimbombava negli altoparlanti dello stadio. Settantatremila spettatori tedeschi si fermarono a guardare. I compagni si fermarono a guardare. Probabilmente si fermò anche la palla, perché con Maradona non si capiva mai chi comandasse chi.

Quel video esiste grazie a Frank Raes, giornalista belga della VRT, che ottenne le immagini dalla ZDF e mandò in onda un montaggio di due minuti e ventuno secondi quattro giorni dopo. Senza quella intuizione, il riscaldamento più famoso della storia sarebbe rimasto un ricordo privato di chi era allo stadio.

Maradona, quella sera, sorrideva.

Chi non sorrideva era Uli Hoeness. L’ex presidente del Bayern, in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine che il Napolista raccontò nell’agosto 2020, confessò il suo grande rimpianto: non essere mai riuscito a portare Maradona a Monaco. Il difensore Klaus Augenthaler lo aveva soprannominato “Maratonna”, pensando che fosse fuori forma. Poi Diego scese in campo e il Bayern fu distrutto. Hoeness ricordava con una frase ammirata: lo spettacolo cominciò già durante il riscaldamento, quando palleggiava con quasi tutte le parti del corpo, sempre esattamente al ritmo della musica.

Nel marzo 2025 riprendemmo un pezzo di El País in cui David Exposito scriveva una cosa che resta forse la definizione più bella di quel video: se dovessi spiegare il calcio a un alieno, basterebbe mettere in loop quei quattro minuti. La palla passa da una spalla all’altra come se fosse telecomandata. Exposito aggiungeva un’osservazione che solo un romantico del pallone poteva fare: il riscaldamento è l’infanzia della partita, il momento in cui l’errore è solo un errore e non ancora un fallimento. Una volta che l’arbitro fischia, la vittoria fagocita tutto. Ma prima, i calciatori sono ancora liberi. Sorridono.

Il Napoli passò il turno (2-2 dopo il 2-0 dell’andata) e andò a vincere la Coppa Uefa, l’unico trofeo internazionale della sua storia. Ma la verità è che quella sera a Monaco il Napoli aveva già vinto prima ancora che la partita cominciasse. Perché quando il tuo numero 10 trasforma un riscaldamento in un concerto, l’avversario sa già che non è serata.

Trentasette anni dopo, nel calcio dei dati, dei recuperi cronometrati al decimo di secondo, delle scarpe con il chip e dei riscaldamenti programmati dal preparatore atletico, quel video resta l’unica risposta seria alla domanda: cos’è il genio? È un argentino con le scarpe slacciate che balla su un prato tedesco come se il resto del mondo non esistesse.

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