Se sei giovane e di talento, l’Italia e il calcio italiano non fanno per te

Pompiamo il 40enne Modric e lasciamo emigrare il 21 enne Kayode. Kimi Antonelli fu rifiutato dalla Ferrari perché troppo giovane. Accade anche nella vita reale

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Mp Empoli 26/03/2026 - qualificazione Europeo 2027 U21 / Italia-Macedonia / foto Matteo Papini/Image Sport nella foto: esultanza gol Jeff Ekhator con Kayode e Koleosho

Se sei giovane e di talento, Italia e calcio italiano non fanno per te

In una nazione dove i “giovani” nel giro di un amen – a seconda delle convenienze politiche – passano da salvatori della Costituzione a psicopatici attentatori delle istituzioni (i professori), perché stupirsi della terza esclusione consecutiva dai Mondiali di calcio? L’Italia è un paese di e per vecchi, mentre il calcio, quello che conta, è fatto di e con i giovani. Basta prendere i nomi dei calciatori più talentuosi e importanti del momento: Lamine Yamal (19 anni), Endrick (19 anni), Desiré Doué (20 anni), Estêvão Willian (19 anni). Sono i primi che mi vengono in mente, ma nessuno di loro è italiano o gioca nel campionato italiano (forse l’unico che può rientrare nei giovani top player è Yildiz). E potremo parlare anche del bosniaco Kerim Alajbegovic, 18 anni, che è stato decisivo per la conquista dei Mondiali al contrario del super pompato Pio Esposito.

Gli ultimi diciottenni italiani che hanno esordito, nel 2022, con la maglia della Nazionale maggiore sono praticamente scomparsi dai radar: Pafundi, Gnonto e Scalvini. In serie A si esaltano per il quarantenne Modric (lui però ai Mondiali ci andrà), mentre, tanto per fare un esempio, Michael Kayode (21 anni) autore del gol della vittoria degli Europei U19 del 2023 è stato spedito in Premier League perché qui posto non ne trovava.

Tanti i giovani che vanno via dall’Italia, stufi di aspettare

Nulla di diverso da ciò che accade in tanti settori del mondo lavorativo: dal 2011 al 2024, secondo gli ultimi dati del Cnel, 630 mila giovani italiani tra i 18 e i 34 anni sono emigrati all’estero (il 30 per cento in più tra il 2023 e il 2024). La metà di loro ha un titolo accademico in tasca. Vanno via perché in Italia la gavetta è spesso troppo lunga, gli stipendi troppo bassi: qui prevale il “si è sempre fatto così”. E spesso i ragazzi e le ragazze vengono etichettati come viziati, incapaci di aspettare il loro turno solo perché si permettono di dire “no”. Ma per quale motivo dovrebbero attendere ed essere sottopagati per due, tre, cinque anni quando all’estero hanno l’occasione di buttarsi subito nella mischia?

In Italia si preferisce mantenere le cose come stanno piuttosto che rischiare di cambiarle. La possibilità di sbagliare, il valore pedagogico dell’errore non vengono quasi mai contemplati, nel calcio come altrove: eppure il talento cresce e prende forma dove la libertà di metterlo alla prova viene garantita, dove chi sbaglia è libero di farlo, con calviniana leggerezza. Non a caso gli sport dove l’Italia eccelle in questo momento (mi vengono in mente il volley e il tennis, Kimi Antonelli è stato rifiutato dalla Ferrari perché “troppo giovane”) hanno ribaltato il paradigma: prima il talento poi tutto il resto. Nelle scuole calcio i ragazzini di 8-10 anni invece vengono già ingabbiati in grigie gabbie tattiche. Il risultato è il frutto di un processo, non la meta da raggiungere scavalcando le cadute.

Dunque, riusciremo prima o poi a risentire l’inno di Mameli a una partita dei Mondiali? Chissà, forse sì. Magari dando finalmente un senso alla saggezza di uno “sbagliando si impara”. A dare vere opportunità ai (veri) giovani.

Napoletano emigrante, giornalista nato e cresciuto in provincia inseguendo notizie e palloni.

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