Il Napoli torna sempre alla casella di partenza: l’allenatore resta o va via?

Una società matura non dipende dal genio del singolo: costruisce processi che sopravvivono anche al genio. il Napoli, se vuole restare grande e diventare ancora più grande, deve fare un salto culturale: passare dal “chi comanda?” al “come funziona?”

Il Napoli torna sempre alla casella di partenza: l’allenatore resta o va via?

Dc Napoli 06/04/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Milan / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Antonio Conte

A Napoli siamo di nuovo lì. Sempre nello stesso punto. Sempre con la stessa domanda travestita da dibattito: resta o non resta l’allenatore?

Come se la sopravvivenza del Napoli dipendesse dalla firma, dall’umore, dalla conferenza stampa, dalla frase detta bene o male, dal sopracciglio alzato davanti al microfono.

È il nostro rito stagionale. Un misto tra processo di Biscardi, seduta psicoanalitica collettiva e assemblea condominiale con vista Champions.

Il problema, però, non è l’allenatore. O meglio: l’allenatore è la pagliuzza. L’elefante è un altro.

Nel linguaggio aziendale si chiama Key Person Risk. Tradotto dal milanese: “Cossa süced se duman el commenda el manca?”

Nel calcio il concetto è ancora più interessante, perché le società si travestano da aziende, ma poi però vivono come corti rinascimentali. C’è il presidente, il principe, il consigliere, il condottiero, il capitano, il procuratore che entra dalla finestra e il tifoso che pretende di essere nel consiglio di amministrazione perché ha comprato la maglia nel 1987.

Il Napoli è un caso di scuola.

I Key Person Risk del Napoli

Il maggior dei Key Person Risk è Aurelio De Laurentiis. Non perché sia debolezza: al contrario, perché è unico stabile simbolo di “impresa”. Il Napoli di oggi è figlio della sua centralità. Visione, controllo dei costi, fiuto commerciale, capacità di dire no, anche quando tutti volevano sentirsi dire sì. Il problema nasce quando la virtù diventa architettura monarchica. Se tutto passa dal presidente, il rischio non è solo “cosa fa De Laurentiis?”. Il rischio è: “cosa può fare il Napoli senza De Laurentiis?”.

Poi c’è Conte o più in generale un allenatore con gli attributi. Qui il rischio è diverso. Conte non è un allenatore, è un’infrastruttura emotiva. Arriva e installa il suo sistema operativo: fatica, disciplina, gerarchia, muscoli, lavagna, silenzio e guerra santa contro il concetto di comodità. Il Napoli con Conte non ha cambiato solo il modulo, ha cambiato il suo metabolismo. Ma proprio qui nasce il rischio: quando un club dipende troppo dall’intensità di un uomo, deve chiedersi se sta costruendo un metodo o affittando una personalità.

Il terzo nome è Giovanni Manna (almeno al momento). Meno cinematografico, più importante di quanto sembri. Il direttore sportivo è il punto in cui il calcio smette di essere poesia e diventa inventario: contratti, ingaggi, rinnovi, sostituzioni, profili, opportunità, errori da evitare. Se Manna è bravo, il Napoli deve proteggerlo. Ma soprattutto deve evitare che il sapere resti nella testa di Manna. Una società matura non dipende dal genio del singolo: costruisce processi che sopravvivono anche al genio.

Il Napoli deve passare dal carisma al processo

E poi ci sono i giocatori. Anche loro possono essere Key Person Risk, sia come singoli che come gruppo. Il regista che fa respirare la squadra. Il capitano che tiene lo spogliatoio. Il centravanti che trasforma una partita brutta in tre punti. Ma nel calcio moderno il rischio vero non è perdere un campione. È non sapere già chi lo sostituirà.

Il punto, quindi, non è demonizzare le persone decisive. Senza persone decisive non si vince. Il punto è non trasformarle in colonne portanti senza avere un ponte di emergenza.

Perché il Napoli, se vuole restare grande e diventare ancora più grande, deve fare un salto culturale: passare dal “chi comanda?” al “come funziona?”. Dal carisma al processo. Dall’intuizione alla continuità. Dal presidente-sistema, alla società-sistema.

Il Key Person Risk, in fondo, è questo: scoprire che la cassaforte è piena, ma la combinazione la conosce solo uno. E magari quel giorno ha il telefono spento.

Una vita in finanza, tra Investimenti, Rischio e Governance, per lo più a gestire le conseguenze dell’ottimismo. Ha affiancato consigli di amministrazione nei momenti di calma e in quelli di caos, spesso facendo la domanda giusta, ma che rovina l’atmosfera. Divide il suo tempo tra Napoli, Londra, New York e ovunque giochi il Napoli, purché la pizza sia un cosa seria.

ilnapolista.it © Riproduzione riservata