Il cappello alpino dato ai volontari delle Olimpiadi spacca gli alpini: “State svendendo un simbolo sacro”
Libero scrive che la consegna del cappello alpino a 180 volontari di Milano-Cortina ha scatenato proteste: "Non è un gadget"

C’è un cappello che in Italia significa più di qualsiasi uniforme. Lo sanno gli alpini, lo sanno le loro famiglie, lo sa chiunque abbia visto un raduno o ascoltato un nonno raccontare la naja. E quando qualcuno decide di allargare il diritto a indossarlo, succede il finimondo. È quello che racconta Libero a proposito della cerimonia di domenica scorsa in piazza Bra a Verona, dove il cappello alpino è stato consegnato a 180 volontari impegnati durante le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.
Doveva essere un momento di riconoscenza. È diventata una frattura.
La rivolta della base: «Il cappello non è un ornamento»
Sui canali social dell’Associazione nazionale alpini si sono riversati centinaia di commenti duri. Libero riporta che tra i più misurati c’è un “state svendendo un simbolo». Ma c’è chi è andato oltre le parole. Umberto Casagrande Cosmo, imprenditore vitivinicolo di Vittorio Veneto e alpino da quasi quarant’anni, ha deciso di non rinnovare la tessera dal 2027. Lo ha fatto con una lettera pubblica al presidente nazionale Sebastiano Favero: «La recente scelta di concedere il Cappello Alpino a chi Alpino non è mai stato rappresenta, per me, un punto non più oltrepassabile”. E ancora: “Il Cappello Alpino non è un ornamento, non è un segno da attribuire per opportunità. È sacrificio, memoria, disciplina, appartenenza vera”.
L’Ana ha risposto in fretta, precisando che il cappello non è stato concesso dall’associazione ma consegnato dal Centro Addestramento Alpino a volontari che hanno svolto un percorso formativo certificato, inquadrati sotto un comando alpino. Una procedura, ha spiegato, analoga alla cosiddetta “Mini Naja“. E ha aggiunto che il possesso del cappello non equivale automaticamente all’essere soci alpini, requisito che resta legato ai sessanta giorni di servizio previsti dallo statuto.
Ma Cosmo non si è convinto. Al quotidiano dice che la risposta della dirigenza è “ridicola, un arrampicarsi sugli specchi”. E allarga il campo a una questione che cova da tempo: “Da anni qualcosa non va. C’è una mercificazione delle adunate, troppe bancarelle, troppi gadget. Ci si ritrovava per il nostro passato, non per altro”.
La questione vera: dove finisce la collaborazione e dove comincia lo snaturamento
Il punto che emerge dal racconto di Libero è che questa non è una polemica estemporanea. È il momento in cui una tensione sotterranea tra base e vertici dell’associazione viene finalmente a galla. Cosmo lo dice con amarezza: «A forza di sminuire il ruolo degli alpini finisce che ci scambiano per ubriaconi che molestano le donne». E rivendica una distinzione netta: “La dirigenza non sono gli alpini. Io resto alpino, e al prossimo raduno a Genova ci sarò con il mio cappello, sotto la bandiera. Quel giuramento per noi è sacro”. Nella sua squadra sono in 126, e racconta che in tanti stanno pensando di non rinnovare la tessera.
Nessuna ostilità verso i volontari, precisa: “Li rispetto, mia figlia è nella Protezione civile. Ma non si sognerebbe mai di pretendere un cappello degli alpini”. Ed è qui che, per molti alpini, passa la linea: collaborazione sì, identificazione no. Puoi lavorare fianco a fianco, condividere la fatica e il freddo delle Olimpiadi, ma il cappello è un’altra cosa. Il cappello te lo guadagni con il servizio militare, non con il volontariato, per quanto nobile.
Libero ricorda che quel cappello ha radici profonde, che risalgono al Risorgimento e al cosiddetto “cappello alla calabrese” indossato dai rivoluzionari di Cosenza e Reggio: un simbolo di ribellione vietato dai Borboni e dagli Asburgo, celebrato nei salotti liberali e perfino nell’opera lirica, e adottato nel 1872 quando nacquero gli Alpini come corpo militare. Non è solo feltro e penna nera: è centocinquant’anni di storia, e chi ce l’ha in testa lo sa.
La questione resta aperta, e il chiarimento dell’Ana non ha placato nulla. Anzi: ha reso più evidente la distanza tra chi gestisce l’associazione e chi ne porta il cappello. La sensazione è che la dirigenza abbia sottovalutato quanto quel simbolo sia intoccabile per chi lo ha guadagnato sul campo. E che nessuna procedura burocratica, per quanto formalmente corretta, possa sostituire il peso di sessanta giorni di servizio.