Giovane sembra sceso in campo con le pantofole di flanella

Partita brutta. Se siamo stati capaci di perdere quattro punti contro una squadra che rinuncia a giocare, meritiamo di arrivare secondi.

Napoli-Como Giovane

Ni Napoli 31/01/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Fiorentina / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Giovane Santana

Se un marziano fosse sbarcato oggi al Tardini e si fosse seduto a guardare Parma-Napoli per capire perché noi terrestri chiamiamo il calcio “il gioco più bello del mondo”, probabilmente se ne sarebbe  risalito sull’astronave chiedendo il rimborso del carburante. O, più semplicemente, avrebbe cambiato  canale cercando un documentario meno astratto sull’arte delle brutture.

Quaranta secondi. Il tempo di un caffè veloce e Strefezza pesca il jolly dal mazzo, complice un Juan Jesus apparso distratto come un turista che ha perso la guida. Da lì in poi, cala il sipario e inizia una recita di parrocchia, di quelle dove si bada solo a non far danni. Il muro del Parma non è tattica, è arredamento urbano: una transenna piazzata davanti alla porta. Non c’è l’idea di costruire, solo quella di distruggere, affidandosi a lanci lunghi verso un solitario pilastro avanzato che fa a sportellate col destino. Intanto l’orologio corre e la palla, poveretta, resta ferma a guardare.

Il Napoli ci prova con la foga del neofita ma la grazia di un elefante in cristalleria. È una squadra macchinosa, che sbatte contro se stessa prima ancora che contro le barricate emiliane. Nella ripresa lo spartito non cambia: il ritmo cala e il tempo effettivo si assottiglia come una fetta di crudo tagliata troppo fine, quasi trasparente. Cuesta toglie l’unico riferimento offensivo, quasi a voler invitare l’avversario, e puntuale arriva il pareggio di Scott. Ormai, al buon scozzese, non resta che consegnare direttamente l’ampolla di San Gennaro per acclamarlo ufficialmente co-patrono della città: il miracolo della domenica porta la sua firma.

C’è spazio per i rimpianti, che nel calcio sono come le tasse: arrivano sempre, puntuali e sgraditi. Alisson — e ci si chiede perché non parta titolare — ci mette l’anima, ma predica nel deserto come un profeta incompreso. Esce Rasmus e il Napoli smarrisce la via del gol: entra Giovane, che non solo non morde, ma sembra sceso in campo con le pantofole di flanella. Non la tocca, non la sfiora, non la pensa nemmeno, la palla. E Milinkovic? Un gigante che vaga a centrocampo con l’aria di un corazziere fuori servizio, smarrito tra le linee.

Infine, l’aritmetica del paradosso, quella che fa a pugni con la logica. Se contro il Milan, in una partita pulita gestita da Doveri, si videro cinque minuti di recupero, stasera — tra ostruzionismo scientifico e barelle lente come taxi nel traffico — Di Bello ne concede appena quattro. È il mistero del cronometro a geometria variabile, quella che fa imbestialire chi ancora crede che il tempo sia un valore morale, non solo sportivo.

L’alieno, dicevamo, avrà cambiato canale cercando sollievo altrove. Noi no, perché siamo condannati a restare, per dovere o per vizio. Ma non chiedeteci di chiamarla bellezza. È stata solo una lunga, estenuante perdita di tempo, con un pallone tra i piedi quasi per sbaglio. E se vogliamo dirla tutta, senza giri di parole: se siamo stati capaci di perdere quattro punti contro una squadra che rinuncia a giocare, meritiamo di arrivare secondi. Se non siamo capaci di calciare da fuori, anche. L’Inter ormai è andata, svanita all’orizzonte senza nemmeno il gusto di metterle un po’ d’ansia. Resta questo calcio italiano: povero, provinciale e intriso di cori beceri. Una brutta copia di un sogno antico.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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