Generazione Referendum: i giovani si prendono la scena ma restano ostaggi della politica “liquida”

L’analisi del voto dei giovani nel referendum sulla giustizia del 2026 rivela una partecipazione collettiva in crescita, alimentata dai social media, che però rischia di fermarsi alla superficie di un reel.

Generazione Referendum

A person works in a polling station during the counting of the ballot boxes of the Constitutional referendum on Justice reform, on March 23, 2026. Italians appear to have voted against a referendum proposed by Prime Minister Giorgia Meloni in what would be a major blow for the far-right leader, early results showed on March 23, 2026. With the ballots from over a quarter of polling stations counted, the "No" vote in the justice referendum was ahead with more than 54 percent. (Photo by Filippo MONTEFORTE / AFP)

Generazione Referendum. Il voto degli under 35 è stato decisivo per la vittoria del No, ma tra “bolle” digitali e propaganda semplificata resta il dubbio: siamo protagonisti reali o solo un target elettorale?

Sommario

L’analisi del voto dei giovani nel referendum sulla giustizia del 2026 (22 e 23 marzo) rivela una partecipazione collettiva in crescita, alimentata dai social media, che però rischia di fermarsi alla superficie di un reel.

Capitolo 1: Il paradosso del protagonismo giovanile

C’è un’immagine che riassume perfettamente l’attuale panorama politico italiano: un ragazzo di vent’anni che tiene in mano uno smartphone, lo sguardo fisso su un reel di sessanta secondi che pretende di spiegare la separazione delle carriere tra magistrati. In quel minuto, si consuma un paradosso democratico senza precedenti. Da un lato, abbiamo la generazione più connessa, rapida e potenzialmente informata della storia; dall’altro, un sistema politico che sembra un reperto archeologico, fatto di linguaggi polverosi, liturgie novecentesche e una demografia che rema contro il futuro. Il recentissimo referendum sulla giustizia ha squarciato il velo: i giovani non sono più solo “il futuro”, sono diventati un corpo elettorale capace di spostare l’ago della bilancia. Ma a quale prezzo? E con quale consapevolezza?

L’obiettivo di questo articolo non è incensare la partecipazione giovanile né, tantomeno, liquidarla come un fenomeno di superficie. Vogliamo entrare nelle pieghe di quel voto, analizzando le testimonianze dirette di chi, tra un esame universitario e una notifica di Instagram, ha deciso di marcare una casella sulla scheda elettorale. Vogliamo capire se il “No” o il “Sì” gridato nelle urne sia stato un atto di coscienza o l’ultimo coro di uno stadio digitale diviso tra tifoserie contrapposte.

Questa discrepanza tra il rumore delle piazze e il silenzio dei palazzi solleva un dubbio atroce: ci sentiamo davvero protagonisti oggi, o siamo solo comparse in un copione scritto da altri? Se i social ci hanno dato un microfono sempre acceso, l’impressione è che nelle stanze del potere il volume sia stato abbassato. Siamo noi i motori del cambiamento, o siamo diventati il “target” ideale di una propaganda che usa i nostri numeri per legittimarsi, senza alcuna intenzione di cederci le chiavi del comando?

Se il protagonismo è un’incognita, la nostra partecipazione sta subendo una mutazione genetica. La militanza vecchio stile è un reperto archeologico, sostituita da una politica “liquida” che si accende per la durata di un reel. Ma quanto può essere solida una democrazia che si mobilita solo per battaglie temporanee? Il recente referendum sulla giustizia ha dimostrato che i giovani sanno spostare l’ago della bilancia, ma resta una domanda sospesa: questa energia costruisce qualcosa di duraturo o è una fiamma destinata a spegnersi non appena cala l’attenzione mediatica?

In questo labirinto, il ruolo dell’algoritmo si fa ambiguo. Se i social hanno abbassato la soglia d’ingresso alla politica, a quale prezzo è avvenuta questa democratizzazione? Può una riforma costituzionale essere ridotta a un reel di sessanta secondi senza perdere la sua essenza? C’è il rischio che la propaganda, invece di svegliare le coscienze, abbia creato un filtro deformante che trasforma questioni giuridiche vitali in semplici trend estetici, lasciandoci l’illusione della competenza ma privandoci della profondità.

Tutto questo ci conduce al dilemma finale dell’urna: abbiamo votato con la testa o con la pancia? Se il voto è diventato un atto di reazione emotiva per premiare o punire un leader, quanto conta ancora il merito delle questioni di fronte al senso di appartenenza alla propria “bolla”? La rabbia per un futuro incerto è un motore potente, ma è sufficiente a guidare un Paese? Nelle interviste che seguono, proveremo a capire se questa “pancia” pulsante sia il segnale di una rinascita o il sintomo di un sistema che ha preferito il tifo allo studio. Chi sono davvero i giovani che hanno deciso le sorti di questo referendum? E, soprattutto, sanno davvero cosa hanno appena fatto?

Attraverso le risposte di Francesco, Serena, Elena e di molti altri coetanei, questo articolo si propone di mappare la mente dell’elettore giovane nel 2026. Non cerchiamo risposte univoche, ma vogliamo scattare una fotografia fedele di un momento storico in cui la politica ha smesso di essere un esercizio di pensiero per diventare una battaglia di identità.

Il referendum sulla giustizia è stato solo il campo di battaglia; il vero scontro riguarda chi avrà il diritto di scrivere il prossimo capitolo della storia italiana. Siamo pronti a passare dalla protesta alla proposta? O siamo destinati a rimanere intrappolati in un eterno presente fatto di like e schede nulle? Nelle pagine che seguono, proveremo a capire se questa nuova ondata di partecipazione sia l’inizio di una rinascita democratica o semplicemente l’ultimo, fragoroso sussulto di una generazione che ha smesso di credere nelle istituzioni ma non ha ancora smesso di voler contare.

Nota metodologica

Per analizzare la discrepanza tra partecipazione digitale e coscienza politica, abbiamo adottato una metodologia di ricerca diretta sul campo. L’indagine si è basata su interviste face-to-face condotte nel centro di Napoli con un campione di giovani dall’età media di 24 anni. Il gruppo di intervistati comprende studenti universitari, lavoratori e professionisti provenienti da Napoli città, Ischia e Sessa Aurunca.

Questo approccio qualitativo ci ha permesso di andare oltre il semplice dato numerico, cogliendo sfumature emotive, toni di voce e posture, fondamentali per mappare la reale attitudine dell’elettore giovane del 2026. L’obiettivo è stato quello di stabilire se i giovani siano i veri motori del cambiamento o se siano stati trasformati in un “target” da una propaganda volta a legittimarsi senza una reale cessione di potere. In quest’ottica, il referendum non è stato analizzato solo come scelta tecnica, ma come un decisivo campo di battaglia generazionale.

Capitolo 2: Oltre lo smartphone: la voce del collettivo

In questo scenario, fatto di connessione continua, partecipazione intermittente e una politica che fatica a parlare il linguaggio del presente, le interviste permettono di andare oltre l’immagine del giovane davanti allo smartphone, dando concretezza a quel paradosso iniziale. Emergono percezioni, dubbi e contraddizioni, ma soprattutto un’idea di partecipazione che esiste, pur faticando a strutturarsi. Dalle testimonianze si delinea un quadro chiaro ma non lineare: i giovani non si percepiscono come protagonisti a livello individuale, ma intravedono una possibilità di incidere solo come collettività, in un sistema avvertito come distante.

Francesco, 21 anni (Cardito, NA), sintetizza bene questo sentimento: “Il singolo difficilmente può essere influente… però, se ci uniamo, diventiamo come i pezzi di un puzzle”. Il protagonismo, quindi, non è negato, ma legato al gruppo.

Una visione che trova conferma anche in Serena, 20 anni (San Valentino Torio, SA): “Cerco di informarmi e votare consapevolmente”, ma riconosce che non tutti fanno questo percorso. Sui social è chiara: rendono l’informazione accessibile, ma non creano interesse; spesso, davanti a temi complessi, prevale l’intuito.

Più critica Carmen, 22 anni (Sant’Anastasia, NA): sottolinea disinformazione, astensionismo e un voto influenzato dalla propaganda. “Capire davvero la politica richiede tempo e impegno”, sempre più rari.

Ancora più disillusa la posizione di Vincenzo, 21 anni (Caserta): si sente “parte passiva di un sistema lontano”, con una partecipazione superficiale e social che creano bolle informative.

I social sono il principale canale informativo, ma l’accesso non coincide con maggiore consapevolezza: l’informazione è frammentata e spesso orientata. Questo si riflette nel voto, che oscilla tra ragionamento e impulso, con una forte presenza del “voto di pancia”. Ne emerge una generazione in bilico: interessata ma incerta, coinvolta ma non pienamente protagonista. Il vero spazio di azione resta il collettivo, mentre la partecipazione individuale appare debole. Più che disinteresse, si tratta di una partecipazione incompleta. La sfida è trasformare questo coinvolgimento in protagonismo concreto. Perché il punto non è se i giovani partecipano, ma come e quanto riescono davvero a incidere.

Le testimonianze raccolte delineano un orizzonte comune: il desiderio di esercitare un protagonismo politico attivo e il rifiuto categorico di un ritorno al passato. Tra le parole dei ragazzi si legge un segnale di risveglio nitido, una spinta che lascia presagire un cambiamento strutturale nel modo di intendere la partecipazione.

“Mi sento poco protagonista” racconta uno degli intervistati, sottolineando come la scarsa informazione generale contribuisca a creare un senso di esclusione. Una distanza che, secondo lui, nasce soprattutto da “poca informazione generale”, ma che non cancella la consapevolezza di un potenziale ruolo attivo: “Vedendo le percentuali dei voti mi rendo conto che effettivamente noi giovani dobbiamo essere protagonisti”.

La vittoria del “sì” è stata percepita da alcuni come una scintilla capace di accendere l’interesse delle nuove generazioni.

Secondo un altro intervistato “è scattato qualcosa nella testa dei giovani” anche in relazione alla propaganda effettuata in modo da coinvolgere maggiormente il pubblico giovanile.

Il tema dei social network ritorna con forza in tutte le testimonianze raccolte.

Per molti giovani rappresentano oggi la principale fonte di informazione: “Hanno avvicinato persone che prima non erano interessate alla politica” spiega un intervistato, evidenziando come, se utilizzati correttamente possono diventare uno strumento potente di consapevolezza e partecipazione. Allo stesso tempo non mancano le criticità; “La propaganda social può confondere le idee”, ammette uno degli intervistati, evidenziando il rischio di un’informazione superficiale o distorta.

Nonostante le criticità il quadro generale non è del tutto negativo, sul futuro della partecipazione giovanile, prevale un cauto ottimismo.

Tra disillusione e nuove opportunità, i giovani sembrano muoversi in un modo fragile ma dinamico. Il vero nodo resta la qualità dell’informazione e la capacità di trasformare l’interesse in partecipazione consapevole.

Se questo passaggio riuscirà, le nuove generazioni potrebbero davvero diventare protagoniste dello scenario politico dei prossimi anni.

Questo referendum è stato un’occasione per i giovani di esprimere consenso o dissenso verso questo governo, una vera e propria forma di protesta. La vittoria del no non è stata solo una scelta su una riforma tecnica ma un evento politico molto più ampio.

Capitolo 3: Il campo di battaglia algoritmico

Quest’ultimo porta con sé una novità nella modalità della propaganda politica, che si è svolta su un campo di battaglia innovativo e insolito: i social media.

In quanto mezzi di comunicazione estremamente diffusi e accessibili, questi ultimi sono diventati onnipresenti nella vita quotidiana degli individui di tutte le età, soprattutto di chi li usa in maniera più assidua, i giovani, i quali corrispondono anche alla fascia d’età che risulta essere protagonista delle recenti urne.

È proprio un social media come Instagram, nato per condividere istantaneamente foto e momenti di vita con amici, o Tiktok, nato per creare, condividere e fruire brevi video creativi focalizzandosi sull’intrattenimento, il luogo in cui ha fatto irruzione il mondo della politica.

È così che, tra un reel di una scimmia che abbraccia un peluche e una videoricetta per un famoso rustico pasquale, appaiono sullo schermo di milioni di utenti video di spiegazioni sulle possibili modifiche da applicare alla giustizia e le loro conseguenze.

A causa però del funzionamento di questi strumenti, basati sulla logica degli algoritmi, il rischio più elevato è quello di ritrovarsi immersi continuamente nella medesima idea, opinione, punto di vista . Dopo aver interagito attraverso un like o un commento con un contenuto, questo si ripropone all’utente di volta in volta in forme diverse.

Di conseguenza è difficile valutare la validità dei social media come campo di battaglia che permetta di avere un quadro ampio e completo dell’intera scena, per far sì che gli utenti si confrontino con varie opinioni, anche estremamente differenti dalla propria.

Chi, più dei giovani protagonisti delle votazioni da poco espresse, può chiarire questa spinosa questione.

“Penso che i social ormai siano abitati da moltissimi utenti e sarebbe difficile mostrare solo un determinato tipo di opinioni” sostiene Elena giovane ragazza di ventuno anni dalle cui affermazioni emerge una sorta di fiducia nel potere delle piattaforme di riferimento. Dal suo parere affiora l’idea per cui, data la presenza di un ampio numero di utenti eterogenei, diventa inevitabile mostrare vari punti di vista sulle questioni più virali del momento.

Simile è la posizione di Anna, studentessa universitaria di ventisette anni, che sostiene: “Personalmente, credo mostrino tutte le opinioni”.

Assume una diversa prospettiva invece la posizione di Federica, studentessa di ventuno anni, la quale crede che i social mostrino ciò che rientra maggiormente nei “gusti personali”. Con quest’affermazione conferma una visione delle piattaforme pensate come estremamente dipendenti dalle loro stesse logiche algoritmiche di cui l’esempio più lampante sono i contenuti che appaiono in una parte della piattaforma denominata “Per te”.

Il punto di vista di questa giovane votante sembra assegnare parte della responsabilità del rischio di ridondanza della medesima informazione agli utenti che fruiscono dei social media: “Bisognerebbe utilizzarli in modo più costruttivo e renderli magari un ulteriore occasione tra le varie opinioni”.

Continua a esprimere la propria opinione, raccontando che allo stesso tempo riconosce l’importanza del ruolo di chi gestisce queste piattaforme: “Penso sia necessario stare molto attenti a ciò che circola su tali mezzi , verificando che non siano informazioni filtrate da una singola opinione politica, ma cercando di allargare il campo d’interesse a quante più opinioni differenti possibili, in modo da avere un’ampia visuale del panorama politico attuale”.

Per quanto quindi i social media siano piattaforme abitate da un incredibile numero di utenti, i quali possono informare, esprimendo la propria opinione, e informarsi, cercando, visionando e interagendo con varie idee simili o contrastanti, il rischio di non essere a conoscenza di idee diverse dalla propria diventa un problema a carico sia degli stessi utenti sia di chi controlla questi mezzi di comunicazione.

Capitolo 4: Il fallimento della narrazione politica

Date le risposte degli intervistati, è emerso uno scenario ambivalente. Se da un lato Manuel, ventunenne di Sessa Aurunca e studente universitario, vede nei social il mezzo più potente e veloce per veicolare un messaggio, rivendicando la capacità di queste piattaforme di scavalcare la lentezza dei telegiornali tradizionali o dei quotidiani cartacei, dall’altro ne emerge la critica feroce di chi in quegli stessi spazi vede solo un grande vuoto. Una giovane attivista intervistata, Alessandra, ventitreenne originaria di Ischia, anche lei studentessa universitaria e lavoratrice part-time, invece, non usa giri di parole e punta il dito contro quella che definisce una propaganda fatta male, anzi malissimo, rasentando in fin troppe occasioni un vero e proprio imbarazzo comunicativo.

Da una parte, abbiamo assistito al continuo fallimento della sinistra, che ha voluto spiegare le ragioni del voto attraverso post chilometrici, densi di tecnicismi giuridici e citazioni, difficilmente comprensibili al cittadino comune. Dall’altra parte la destra invece ha spesso optato per la strategia diametralmente opposta, ma non per questo migliore: ha spesso utilizzato slogan d’impatto fin troppo espliciti e a volte facendo un velato (ma nemmeno troppo) richiamo al voto clientelare, che ancora oggi è presente in molte zone del nostro territorio.

La colpa però, non risiede nello strumento digitale ma nell’incapacità di chi è al governo di utilizzare questi spazi con consapevolezza e rispetto per l’intelligenza altrui. Un esempio eclatante che viene spesso citato come possibile ancora di salvezza da Manuel, è la divulgazione online svolta dallo storico Alessandro Barbero. Perché un professore che parla di storia medievale per quaranta minuti riesce a catturare l’attenzione di milioni di giovani su YouTube e Spotify, mentre un politico che parla del futuro del Paese viene ignorato dopo dieci secondi?

La sfida per il futuro della nostra democrazia è dunque chiarissima: bisogna smettere di inseguire l’algoritmo con contenuti scadenti e iniziare finalmente a costruire una narrazione adeguata ad un referendum, solo così potremo evitare che la politica digitale resti insignificante e mal gestita, ricordando che un milione di like non potranno mai sostituire la consapevolezza di un cittadino informato, l’unico vero motore capace di cambiare davvero le sorti di un Paese.

Generazione referendum / 5: Militanza liquida e dilemmi dell’urna

Le testimonianze raccolte tra i banchi universitari svelano una profonda spaccatura.

Da un lato, il cinismo di chi vede nel digitale un limite alla propria influenza: J. confessa di non sentirsi una “protagonista attiva”, spiegando che “con i social tutto passi velocemente e una mia storia non ha un impatto importante sulla società”. È la sensazione di essere una comparsa in un sistema che divora contenuti e attenzione senza lasciare traccia.

Dall’altro lato, resiste chi crede ancora nel valore della presenza: “credo che ognuno di noi, nel nostro singolo, abbia un certo impatto”, afferma con convinzione Fabio, citando manifestazioni e sit-in come prova di una volontà di “esternare concretamente” le proprie idee. Eppure, aleggia un dubbio sul futuro: Antonio si chiede se i giovanissimi, oggi minorenni, resteranno nello scenario politico, ammettendo: “io non li vedo”.

Se la militanza vecchio stile è un reperto archeologico, i social sono diventati il nuovo motore della partecipazione. Per molti, la scintilla è scattata proprio online. Antonio ammette chiaramente: “mi sono attivato anche a causa della ‘propaganda’ social”. Non è solo una questione di slogan: per J. , i video digitali spesso “aiutano anche a capire meglio situazioni che non vengono spiegate in televisione o in ambienti scolastici”.

Tuttavia, questo microfono sempre acceso ha un prezzo. Il rischio è che l’algoritmo crei bolle che semplificano temi complessi o diffondano “fake news” che minano l’attenzione. Per Fabio l’interesse nasce più da un senso di dovere etico: “per esprimere la mia idea e di non essere soggetta a tutto ciò che ci dicono… o essere ingannata dai politici”.

Tutto questo ci conduce al dilemma del voto. Abbiamo votato con consapevolezza o seguendo il “trend” del momento? Le opinioni sono contrastanti. Se J. è ottimista, ritenendo che oggi per i giovani sia “davvero semplice trovare informazioni sul voto”, altri vedono dinamiche più oscure.

Fabio analizza lucidamente come il voto si divida tra chi lo vive come una “lotta ideologica”, chi sceglie in modo “sensato” e chi, purtroppo, vota semplicemente “in base a ciò che vota la massa”. Una visione confermata da Antonio che ipotizza una spaccatura netta: la maggioranza vota “di pancia”, o al massimo si tratta di un “50 e 50”.

In questo scenario “liquido”, la Gen Z appare come una generazione in bilico. Siamo pronti a passare dalla protesta alla proposta o resteremo intrappolati in un eterno presente fatto di like? La risposta dipenderà dalla nostra capacità di trasformare la velocità di un reel nella solidità di un impegno costante.

Capitolo 6: Sfiducia nelle istituzioni e scontro generazionale

Da quelle che sono state le risposte di coetanei e poco più adulti, la visione dell’attuale scenario politico si divide in due aree: c’è chi crede di essere parte molto attiva di quello che è il contesto politico attuale e chi ha sfiducia nelle istituzioni e nel loro continuare a seguire la ritrovata attività politica giovanile, ma che anzi si aspetta sempre più repressione e politici “sordi”.

Abbiamo Roberto, 25enne di Napoli che ci rivela quanto nonostante lui non si senta protagonista molto attivo dello scenario politico (se non per il voto), vede in questa gioventù politica una ritrovata volontà, una speranza verso un futuro che segua le richieste e l’agenda politica dell’Italia che verrà.

Giulia, 22enne di Fuorigrotta, nelle sue risposte fa trasparire una scarsa partecipazione politica, perché poco rappresentata, ma vede nei suoi coetanei una generazione determinata e soprattutto informata, certo tramite, “che piaccia o no”, social, ma informata.

Una coppia di intervistati: Tommi e Veronica, entrambi 25 anni, ci dicono sentirsi assolutamente non protagonisti attivi di questo momento storico ma hanno fiducia di fondo nei giovani attivisti, per quanto come ci dice Veronica: “I più forti prenderanno decisioni al posto del popolo”.

Tommi ci dice come secondo lui i social abbiano sicuramente fatto avvicinare e informare molti giovani a questo referendum ma “nel modo sbagliato”, perché complice di rendere il discorso politico solo più spaccato e confusionario.

Ma la dichiarazione più interessante di questa intervista ce la regala sempre Roberto, che alla nostra domanda: “Credi che la maggior parte dei giovani voti informata o di pancia?”, ci racconta una sua visione abbastanza originale della situazione:No, secondo me in quest’epoca i giovani sono molto più informati degli anziani, soprattutto tutti quelli che ancora si portano dietro scorie di Berlusconi, lo noto soprattutto sui social.”

Questo ci porta forse a un domanda un po’ spigolosa: sono i politici gli unici responsabili di questo andamento politico? O le generazioni passate non si sono mai aggiornate e informate come ci si aspettava per formare un quadro politico più consapevole (come ad esempio abbiamo capito esserlo i giovani di oggi) ma siano rimasti semplicemente ancorati alle loro idee giovanili senza aggiornarsi, o peggio, affidandosi semplicemente alla tv, come sottinteso dal nostro intervistato?

Generazione referendum 7: Protagonisti reali o semplici “dati”?

Il quesito che sorge dall’intervista a uno studente ventunenne di Giurisprudenza colpisce al cuore il dibattito attuale: i giovani sono attori politici o solo un’etichetta da spendere nei talk show? Negli ultimi anni la politica italiana ci ha abituato a slogan diventati tormentoni, dal “Genitore 1, Genitore 2” di Giorgia Meloni all’“abbiamo abolito la povertà” dei Cinque Stelle. Oggi, il nuovo mantra sembra essere la celebrazione dei giovani come “vincitori” del referendum sulla giustizia.

Se è vero che la fascia 18-34 anni è stata numericamente decisiva per la vittoria del No, resta il dubbio sulla qualità di questo protagonismo. Molti ragazzi percepiscono di essere trattati come meri “dati statistici”, un target da citare per dare una parvenza

di freschezza a uno scenario democratico che, nei fatti, non cede loro mai realmente il comando.

A complicare il quadro è la transmedialità della propaganda. La politica ha abbandonato i salotti televisivi per occupare i feed dei social media, un’arma a doppio taglio che ha reso il referendum virale ma non necessariamente comprensibile. Il rischio, evidenziato dallo studente intervistato, è quello di restare prigionieri della propria “bolla algoritmica”: un’informazione monodirezionale che appaga il senso di appartenenza ma impedisce un’analisi critica e minuziosa delle complessità giuridiche che un voto storico come questo avrebbe richiesto.

Conclusione: Il peso della scelta

Il viaggio attraverso le voci di Francesco, Serena, Manuel e degli altri coetanei ci restituisce la fotografia di una generazione sospesa tra una connessione frenetica e una rappresentanza politica ancora opaca. Il referendum sulla giustizia del 2026 non è stato solo un appuntamento elettorale, ma un sintomo: i giovani ci sono, sanno spostare gli equilibri e sanno abitare i nuovi spazi digitali meglio di chiunque altro.

Tuttavia, affinché questa ondata non si infranga come l’ennesimo contenuto virale destinato a sparire in ventiquattro ore, è necessario un salto di qualità. La sfida non riguarda solo la classe dirigente — chiamata a smettere di produrre contenuti “imbarazzanti” o slogan semplificati — ma i giovani stessi. Essere protagonisti non significa solo marcare una casella sulla scia di un trend, ma abitare il conflitto, informarsi oltre l’algoritmo e trasformare la protesta digitale in una proposta politica duratura.

Se il No ha fermato una riforma, ora spetta a chi ha votato dimostrare che quella scelta non è stata un “voto di pancia”, ma il primo mattone di una nuova coscienza civile. Solo così la “Generazione Referendum” potrà smettere di essere un bersaglio elettorale e iniziare finalmente a scrivere, con consapevolezza e senza deleghe, il prossimo capitolo della storia italiana.

Laboratorio di Giornalismo On Line della Federico II di Napoli, dipartimento Sociologia, facoltà Culture digitali e della Comunicazione. I partecipanti sono: Maria Rosaria Esposito Domenico Di Maiolo Alessandra Bottillo Gaia Tammaro Flavio Cerbone Davide Grieco Nicole Esposito Giuseppe Mattia Rubinacci

ilnapolista.it © Riproduzione riservata