Cannavaro: “È evidente che l’Italia non sappia più difendere né soffrire”
A La Repubblica: "Vorrei che Coverciano smettesse di sfornare patentini, dev'essere come la Bocconi. Dobbiamo guardare gli altri, i nostri giocatori non sono allenati ad alte intensità"

Ar Udine 25/04/2024 - campionato di calcio serie A / Udinese-Roma / foto Andrea Rigano/Image Sport nella foto: Fabio Cannavaro
Fabio Cannavaro, attuale commissario tecnico della nazionale uzbeca, è intervenuto in una lunga intervista a La Repubblica in cui ha dato il suo contributo sulla questione della Nazionale e delle difficoltà che il calcio italiano sta attraversando dopo l’ennesima mancata qualificazione ai Mondiali.
A Tashkent ha trovato qualcosa di inaspettato?
“A parte il centro tecnico, che non ha nulla da invidiare ai più moderni del mondo, c’è tutto, ambizione, fame, professionalità. Pensiamo a Khusanov, che ha 22 anni e gioca nel Manchester City: è di una professionalità enorme. Poi c’è la disponibilità di una federazione che ha la capacità di ascoltare. Non c’erano una scuola di fisioterapisti e di nutrizionisti, lo chef. Ho mantenuto tutto lo staff che c’era e l’ho integrato, ho portato con me per il settore medico il professor Castellacci, che era a Berlino 2006, due nuovi fisioterapisti e match analyst.”
Cosa può dare in più come ct?
“La cultura che mi sono fatto. Ho avuto tante esperienze in giro per il mondo: a Zagabria, alla Dinamo, il nutrizionista pareva una figura strana, invece qui la apprezzano. C’erano posti dove volevo allenare al mattino, ma loro volevano dormire. Sei tu che ti devi adeguare. Ma proprio in questa apertura totale si scopre per l’Italia un dato allarmante.”
Cannavaro e il dolore per la terza mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali
L’intervista a Fabio Cannavaro mette in scena, potremmo dire, da una parte l’orgoglio di arrivare al Mondiale da commissario tecnico (anche se di una squadra che ha zero ambizione di andare chissà quanto lontano ndr), dall’altra una malinconia quasi amara per un’Italia che avrebbe voluto affrontare. Che si è smarrita come movimento. Il punto centrale è sempre culturale: l’ex Pallone d’oro insiste sul fatto che il calcio italiano non sappia più difendere, ma soprattutto non sappia più soffrire, che si sia “ammorbidito”.
Quanto è grande il dolore per la terza mancata qualificazione della Nazionale italiana?
“Se è tanta la mia soddisfazione per essere al Mondiale, è tantissimo il dolore di non vedere in America la mia Nazionale. Ancora una volta siamo usciti contro avversari più deboli. Con tre ct diversi, segno che il problema non è quello. E non ci rendiamo conto dell’effetto devastante per le comunità italiane. In tanti in tutto il mondo aspettano quattro anni per sentirsi ancora più italiani. In Brasile ce ne sono 30 milioni, altri 120 sono in giro per il mondo. La Nazionale avrebbe giocato in Canada, dove c’è una comunità tra le più folte e appassionate.”
Qual è stato l’errore stavolta?
“È evidente che non si sappia più difendere, se si prendono tutti quei gol da Israele o Norvegia. Ma mi ha colpito un’altra cosa: non si sa più soffrire, ci si scioglie come un gelato. Abbiamo perso la nostra caratteristica più identitaria, che mi è stata trasmessa fin da quando giocavo nell’Under: più la situazione era difficile più ci esaltavamo. E tutti volevano evitarci. Perso quello spirito, siamo stati eliminati da Svezia, Macedonia e Bosnia.”
È una questione culturale?
“Esattamente. Forse perché abbiamo tutto. Anche nei settori giovanili il non volere perdere è una dote abbandonata e invece mantenuta dagli sportivi delle altre discipline. E non è colpa dei social, quelli li usa anche Sinner, eppure nella finale con Alcaraz a Montecarlo non ha mollato un centimetro.”
Per Cannavaro la responsabilità non grava sui singoli allenatori – tre ct diversi, stesso esito – ma su un sistema più ampio, che riguarda la formazione dei giovani. Ne esce una critica profonda e strutturale: l’Italia, dice in sostanza, ha perso fame perché ha perso necessità, e questo si riflette in campo. Cannavaro si colloca quasi come un osservatore esterno, uno che ha fatto esperienza all’estero e che oggi prova a costruire altrove.