Ghoulam: “Dopo la prima partita a Bergamo volevo scappare: fui scioccato dalla cattiveria dei tifosi avversari”

A Fanpage: "Ricordo uno striscione a Bergamo: "Preferisco un cognato nero che un napoletano". Lì sono diventato napoletano a tutti gli effetti, prendendo su di me le loro battaglie. De Laurentiis? Un grandissimo uomo. Per lui i giocatori sono come figli"

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foto Hermann

Faouzi Ghoulam, nel corso di un’intervista concessa a Fanpage, ha svelato diversi retroscena risalenti ai tempi della sua permanenza a Napoli.

Le parole di Ghoulam

Ti hanno cercato anche squadre di Serie A? Perché hai detto di no?

Dopo essere passato da Napoli, per me era complicato rimanere in Italia. Non avrei potuto giocare in nessun’altra squadra, davvero non me la sentivo.

Ci racconti cosa è successo “dietro le quinte” della trattativa che ti ha portato dal Saint-Étienne al Napoli?

In quel periodo ero in trattativa con la Roma. Avevano iniziato il campionato in modo strepitoso con Rudi Garcia, facendo dieci vittorie su dieci. Mi volevano, ma non avevano i fondi per acquistarmi a gennaio, quindi l’idea era di bloccarmi per l’estate. Poi, però, si è inserito il Napoli. Mio fratello, che era il mio agente, andò a parlarci a Roma. In quel momento stavo facendo una buona stagione e il Saint-Étienne voleva rinnovarmi il contratto. Proprio il giorno in cui stavo andando in ufficio dai miei presidenti per il rinnovo, mi chiamò Rafa Benitez. Il Napoli non aveva ancora fatto l’offerta ufficiale, ma Rafa iniziò a spiegarmi che mi voleva assolutamente.

Cosa non si vede del De Laurentiis che tutti conosciamo?

Lui è un imprenditore importantissimo, probabilmente il migliore oggi nel calcio italiano. Spesso si parla di lui solo per il business o l’aspetto finanziario, ma a livello umano è un grandissimo uomo. Mi è stato molto vicino quando mi sono infortunato, sia la prima che la seconda volta. Mi mandava messaggi, mi chiamava in ospedale sia lui che la moglie. Gestisce la squadra come un padre di famiglia. La gente non se ne rende conto, ma per lui i giocatori sono come figli.

Quanto tempo ci hai messo a capire di aver fatto la scelta giusta e che Napoli sarebbe stata una pagina fondamentale della tua carriera? 

Ti dico la verità: dopo il primo weekend volevo scappare. La prima partita la giocammo a Bergamo e perdemmo 3-0. Ma ciò che mi scioccò fu la cattiveria dei tifosi avversari. Io venivo dalla Francia, dove il pubblico non è così aggressivo. Anche al Saint-Étienne, per quanto il derby col Lione fosse sentito, non avevo mai visto nulla di simile. Arrivo in Italia nel 2014, abituato agli stadi francesi moderni pronti per l’Europeo, e mi trovo in uno stadio vecchio, con la gente che ci insultava e striscioni contro di noi fin sotto l’albergo. Chiamai mio fratello e gli dissi: “Ma dove mi hai portato? Stadio vecchio, tifoseria aggressiva… Posso tornare indietro?”. Lui mi rispose che il mercato era chiuso e dovevo restare.

E sei rimasto.

Ci ho messo circa 6 o 7 mesi per capire la storia del contrasto Nord-Sud e la “lotta di classe” che c’è in Italia.

C’è un gesto di un tifoso che ricordi ancora oggi?

Più che un gesto di un tifoso del Napoli, ricordo uno striscione a Bergamo che diceva: “Preferisco un cognato nero che un napoletano”. Mi fece male, perché stavo iniziando a capire l’italiano e il significato profondo di quelle parole. È stato lì che la mia mentalità è cambiata: sono diventato napoletano a tutti gli effetti, prendendo su di me le loro battaglie.

 

 

 

 

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