Dieci anni senza Cruyff: era cultura pop, politica, genio, un quinto Beatles

Il ricordo del Paìs: Potevi avere un suo poster in camera senza essere minimamente interessato al calcio, si oppose a ogni autorità

Cruyff

Dutch soccer legend Johan Cruyff is pictured during the annual Open Day of the Johan Cruyff Foundation at the Olympic Stadium in Amsterdam, on September 10, 2014. During this event, children with and without handicaps and disabilities have the opportunity to do sports at various venues. AFP PHOTO/ANP KOEN VAN WEEL netherlands out (Photo by Koen van Weel / ANP / AFP)

Sono passati dieci anni dalla morte di Johan Cruyff, e ovviamente la stampa spagnola celebra l’evento con analisi e anche ricordi più personali. El Paìs ne affida uno molto personale e molto bello ad una delle sue penne migliori, Daniel Verdù.

Johan Cruyff, il ricordo di un genio assoluto

Sul Paìs:

Verdù scrive che “Cruyff era moderno, innovativo, europeo, ribelle, politico nella sua sfida e un po’ avaro, diciamocelo. Ma soprattutto, era lo psicoanalista che mise fine alle ossessioni di un’istituzione che, fino ad allora, era stata più di un semplice club, principalmente a causa dei suoi infiniti traumi e complessi. Materiale perfetto per il lettino di uno psicoterapeuta argentino. O per una camicia di forza”.

“Cruyff era una presenza travolgente, un sintomo dei tempi in cui viveva. Tutto intorno a lui era cultura pop. La pubblicità contro il fumo. “Nella mia vita ho avuto due grandi vizi: il calcio e il tabacco”. A scuola la ripetevamo, imitando il suo modo di decostruire lo spagnolo. Il lecca-lecca, il trench che entrava e usciva dal capanno. La pelle d’oca”.

“Potevi avere un suo poster in camera senza essere minimamente interessato al calcio. Era pop, il quinto Beatle. E anche politica, pura attitudine. Si ribellò a Franco, ai suoi presidenti, alle tribune e alle stelle che adorava. Si oppose a qualsiasi forma di autorità. Tranne la sua, ovviamente. Irresistibile”.

I teoremi dell’olandese

“Cruyff era quel filosofo capace di trasformare banalità in teoremi colossali. “Se hai la palla, non c’è bisogno di difendere, perché c’è solo una palla”. “I soldi vanno investiti sul campo, non in banca”. Riusciva a far sembrare facile ciò che era difficile. “Gli italiani non possono batterti, ma tu puoi perdere contro di loro”. “Tutti sanno giocare a calcio se gli dai cinque metri di spazio”. O quest’altra: “I miei attaccanti devono correre solo 15 metri, a meno che non siano stupidi o addormentati…”.

Era “la creatività personificata. Inventava. E prendeva in prestito concetti da altri sport, come quel quarterback del football americano (il suo numero 4, per la precisione, Guardiola). Trasse ispirazione anche dal baseball: accelerazione, scivolate sul terreno, consapevolezza spaziale e capacità di anticipare i movimenti”.

“Il Barça aveva la narrazione, ma gli mancava il marchio, l’abilità commerciale per vendere una storia che lo distinguesse. L’olandese riportò il club sotto i riflettori internazionali. Capì meglio di chiunque altro la personalità malinconica di una squadra troppo incline ai drammatici colpi di scena del destino, soprattutto dopo disastri come quelli di Siviglia e Berna. E trasformò l’ansia in gioia con il suo mantra “Andate là fuori e godetevela” durante la finale di Wembley”.

Il Napolista è un giornale on-line di opinione, nato nel 2010, che si occupa prevalentemente di calcio e di analizzare quel che avviene dentro e soprattutto attorno al Napoli.

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