Il Napolicentrismo a Sanremo fa storcere il naso

Sembrano poco graditi i successi di Sal Da Vinci e Luchè. Eppure hanno vinto Valerio Scanu e Marco Carta. Senza che si aprissero processi estetici

Il Napolicentrismo a Sanremo

Sanremo (Im) 14/02/2025 - 75° Festival di Sanremo / foto Image nella foto: Sal Da VInci-The Kolors

Il napolicentrismo dà fastidio ma non è colpa nostra. “Napolicentrismo”, come fosse una corrente organizzata, una cupola melodica. In questi giorni, con un certo espressione severa da moviola applicata alle note, perfino La Gazzetta dello Sport ha storto il naso davanti a un nome: Sal Da Vinci. Il brano è popolare? Certo che lo è. Ma al Festival di Sanremo la popolarità non è un inciampo: è la materia prima. Chi pretende l’avanguardia permanente sul palco dell’Ariston rischia di fare a pugni con la storia. Sanremo è una festa nazionale con le luci da varietà e il cuore da balera: chiede melodie che restino, non trattati di semiotica. E allora guardiamo le biografie, prima dei pregiudizi.

Sal Da Vinci la prima canzone l’ha cantata a sette anni. Si è caricato sulle spalle un cognome che a Napoli è quasi un genere musicale autonomo, figlio di Mario Da Vinci, eredità ingombrante come certe giacche cucite su misura troppo presto. Avrebbe potuto limitarsi a custodire la tradizione; invece si è reinventato, ha attraversato teatro e televisione, è stato scelto da Roberto De Simone, che non distribuisce investiture a caso, ed è diventato volto e voce di C’era una volta… Scugnizzi, musical popolare nel senso più nobile: strada che sale sul palco senza perdere dignità. E se vogliamo parlare di scandali mai consumati, ricordiamoci che a Sanremo hanno vinto Valerio Scanu e Marco Carta. Senza che si aprissero processi estetici in nome dell’alta cultura tradita.

Perché Sanremo è lo specchio dell’Italia che televota, non il simposio degli addetti ai lavori. Poi c’è un’altra Napoli, meno melodica e più tagliente. Quella che ha trovato voce nel rap. Luchè che e i Co’ Sang ha firmato la ribellione e, in buona misura, la storia del rap napoletano. Hanno preso a morsi periferie tra le più buie della città, trasformando la marginalità in linguaggio, l’assenza in identità. Sono emersi senza stampelle, indipendentemente da tutto, costruendo un pubblico prima ancora di chiedere un palco nazionale. E dentro questa traiettoria c’è anche Samurai Jay. Un percorso diverso per timbro e generazione, ma affine per sostanza: la gavetta, l’energia urbana, la fame di chi viene da quartieri che non regalano nulla. La sua forza non sta nell’aderire a un cliché partenopeo, ma nel muoversi dentro una scena che ha imparato a non chiedere permesso. Funziona perché è credibile. E la credibilità, nel pop come nel rap, è una moneta che non si stampa in tipografia.

Di cosa vogliamo parlare, allora? Dà fastidio che questi artisti arrivino all’Ariston con un pubblico già conquistato? Ma è l’esatto contrario del paracadutato televisivo: è la prova di una storia che esiste prima del prime time. Senza fottersene troppo del pedigree critico, senza aspettare l’abilitazione dei custodi del gusto. Il cosiddetto “napolicentrismo” non è un piano d’occupazione. È una conseguenza naturale: Napoli produce musica come altre città producono nebbia o finanza. Se quella musica entra nel contenitore nazional-popolare per eccellenza, non è invasione: è risonanza. Si può non amare una canzone, ci mancherebbe. Ma trasformare una provenienza geografica in un capo d’imputazione estetico è un esercizio stanco. Sanremo resta uno specchio imperfetto del Paese. E se in quello specchio si riflette Napoli – melodica, ruvida, teatrale, contraddittoria – forse è perché quel Paese, sotto la superficie dei tweet, continua a riconoscersi lì. Anche quando fa finta di niente.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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