Baronio: «Ho deciso di fare il calciatore per una rovesciata di Fonseca. Ho fatto anche l’imbianchino»
Alla Gazzetta: "Alla Lazio Lotito mi promise due anni di contratto e poi sparì. Nemmeno il mio procuratore riuscì più a parlarci"

Db Milano 26/01/2019 - campionato Primavera Tim / Milan-Napoli / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Roberto Baronio
Roberto Baronio è più o meno da sempre il numero 2 di Pirlo. Dalle giovanili a Brescia ad oggi che è il suo vice negli Emirati Arabi, allo United FC, in seconda serie. (Sì, Pirlo è finito ad allenare nella seconda serie degli Emirati, ma questa è un’altra storia). Baronio racconta alla Gazzetta un po’ di gustosi aneddoti della sua carriera e il suo doloro presente di figlio d’una madre malata di Alzheimer: la chiama una volta al giorno “per ricordarle che le voglio bene. “Sono Roby, tuo figlio”, le faccio notare in videochiamata. Lei risponde di sì e sorride. Non so se sappia davvero con chi parli. Vorrei che ricordasse che ho realizzato i nostri sogni. Lei è stata tutto. Nell’estate 1996, prima di andare alla Lazio, piansi. Non volevo lasciarla. Ci ho messo tre giorni a firmare, anche se parliamo di un contratto da mezzo miliardo. A Brescia guadagnavo sei milioni. All’epoca mi volevano Juve e Inter, ma seppi della Lazio solo a cose fatte. Il giorno in cui partii avevo quattro borsoni. Non sapevo cosa stessi facendo. Vorrei tanto che se lo ricordasse”.
Racconta di aver deciso di fare davvero il calciatore “nel 1990, a 12-13 anni. Guardavo “Galagoal”. Alba Parietti in conduzione, un gol in rovesciata di Fonseca in Sampdoria-Cagliari e la canzone “Uno su mille ce la fa” di Gianni Morandi. Ecco, lì pensai: “Quello che ce la fa devo essere io””.
“Sono cresciuto in una famiglia umile, di operai, con un fratello maggiore di 7 anni. La prima tv era in bianco e nero. Prima di fare il calciatore ho anche fatto l’imbianchino. Sa quei lavoretti estivi, per guadagnarsi 50mila lire? Mio fratello mi dava una mano, anche perché in casa, all’epoca, eravamo solo io, lui e nostra madre”.
Prima a Brescia con Lucescu, poi alla Lazio. “Penso agli allenamenti di Zeman, vomitavo una sera sì e una no dopo aver corso i tremila metri. Poi si mangiava poco: verdure, zuppe, minestroni…”.
Cosa successe a Perugia con Gaucci nel 2003? “Cosmi fece di tutto per avermi, lui no. Non era d’accordo sullo stipendio. La verità è che nelle prime partite, dove feci male, avevo un’infezione alle vie urinarie. Così Gaucci andò dal mister e gli disse: “O non lo fai giocare o ti caccio”. Non mi convocava, non potevo parlare coi giornalisti. Una sorta di mobbing. Poi, sempre Gaucci, disse a Cosmi di portarmi in panchina e non farmi giocare. Alla fine, per giustificare il tutto, se ne uscì dicendo che il numero 13 portava sfortuna e che non giocavo per quello. Alla fine, la società decise di mettere un “+” tra l’1 e il 3. Al termine della stagione mi chiamò Riccardo, figlio di Luciano, e si scusò a nome di tutti. Feci fatica a rispondere. E andai via”.
E con la Lazio… “volevo giocare, per questo andavo sempre in prestito. L’unico anno in cui ho giocato è stato il 2009-10, dove vinsi la Supercoppa da titolare. Con Ledesma fuori rosa, c’ero io. Il bello è che a gennaio avevo già chiuso l’accordo col Bologna, ma Lotito giurò che mi avrebbe fatto due anni di contratto. “Vieni da me a fine mercato e chiudiamo tutto”. Per sei mesi non riuscii a parlarci, sparito. Pastorello cercò in tutti i modi di contattarlo. Ma non ho mai rilasciato interviste, mai fatto polemiche. Doveva andare così”.











