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La moglie di Mihajlovic: «Faccio fatica ad andare allo stadio. Scrivere sui social è terapeutico»

A Repubblica: «Ci scambiamo consigli con chi vive il mio stesso dolore. I miei figli innamorati del pallone, io sono una romanista diventata laziale per amore»

La moglie di Mihajlovic: «Faccio fatica ad andare allo stadio. Scrivere sui social è terapeutico»
Mg Bologna 08/08/2022 - Coppa Italia / Bologna-Cosenza / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Sinisa Mihajlovic

La moglie di Mihajlovic: «Faccio fatica ad andare allo stadio. Scrivere sui social è terapeutico»

Arianna Rapaccioni, la vedova di Sinisa Mihajlovic, ha rilasciato a Repubblica una lunga intervista dove ha raccontato com’è nata la storia con il marito e ne ha ricordato il carattere e i modi di fare che l’avevano legata a lui.

Come sono stati questi due anni?
«Difficili. Il secondo ancora peggiore del primo. All’inizio ho vissuto sotto shock. Mi sembrava che da un momento all’altro mi potesse
chiamare da Bologna, dove stava gran parte della settimana: “Amo’ — mi chiamava così, in un romanesco intinto nell’accento slavo — Domani arrivo, mi fai pasta e fagioli? Piccante, eh”. Il lunedì, il suo giorno di riposo, lo passavamo tra alimentari e norcinerie».

A casa Mihajlovic il calcio è ancora protagonista.
«I miei figli sono innamorati del pallone: e vanno ancora allo stadio. Io faccio fatica, invece, e poi sa una cosa? Sono una romanista diventata laziale per amore».

Che padre è stato Sinisa?
«Cambiava i pannolini, faceva il bagnetto, ma dava regole. Quindi non si sgarrava. Per loro perderlo è stato veramente duro. Ma sono la
mia forza. A Sinisa gliel’ho promesso. “Ora vai — gli ho detto stringendogli la mano — ai ragazzi ci penso io”. Solo allora se ne è andato… È stato il momento più terribile e intenso che abbia mai provato. Eravamo intorno a lui, io, i figli, il suo migliore amico, mia madre, sua madre. Dopo l’ultimo respiro, c’era una forza in quella stanza che non saprei descrivere. Abbiamo pianto le lacrime che non  avevamo potuto versare prima, per non fargli capire che era finita».

Come vi siete conosciuti?

«A Roma, nel ristorante di un’amica. Un colpo di fulmine. Guardavo i suoi occhi e li trovavo incredibili».

Sinisa ha detto di lei: “L’ho vista e ho pensato: la sposo!”
«Ma poi non ci provava. Per due mesi. uscivamo… ma niente. Io mi ero anche un po’ stranita».

Che cosa vi univa?
«La famiglia. E poi le nostre origini, il venire da famiglie umili. A casa di Sinisa, nella allora ex Jugoslavia, non avevano l’acqua calda. Ha conosciuto anche gli orrori della guerra civile. Con madre croata e padre serbo, si è ritrovato con lo zio che voleva sgozzare suo padre e il suo migliore amico, croato, che ha tirato giù la casa dei suoi genitori».

«Mihajlovic non diceva mai “Ti amo”. L’amore me lo dimostrava coi fatti»

Che carattere aveva?
«Era perbene, schietto, buono. Non un tipo ridanciano. Non mi diceva mai: “Ti amo”. Ma tra noi era così, l’amore me lo dimostrava coi fatti. E io uguale. Negli ultimi tempi avrei voluto dirgli che lo amavo in ogni momento, ma temevo potesse capire che la situazione stava precipitando. Uno degli ultimi giorni, però, ce lo siamo detti con uno stratagemma. Lui era in clinica, era venuto l’oncologo Marchetti a visitarlo. “Grazie Paolo, ti voglio bene”, gli ha detto mentre il medico andava via. Ho preso la palla al balzo: “E a me?”. “A te ti amo, è diverso”. “Anche io”, gli ho risposto. E non vedevo l’ora».

Lei posta molto sui social.
«Sì, è una cosa che ho sempre fatto, espormi non mi imbarazza. Qualcuno mi ha anche criticato per questo. Ma scrivere come mi sento è
terapeutico. E ci scambiamo consigli con gente che sta passando il mio stesso dolore».

Lo sogna mai, Sinisa?
«No. Mi piacerebbe. Ma i primi tempi in casa provavo sensazioni strane: il materasso accanto a me che si abbassava, sentivo a volte il rumore delle sue ciabatte sul pavimento. Una cosa strana continua a succedermi: vedo in continuazione il 19, un numero che lega in qualche modo la nostra famiglia. Il 19 dicembre ci sono stati i suoi funerali, tanti della famiglia sono nati di 19. Ecco, ora sto parlando con lei e faccio caso a quella scritta sulla parete, “1960”. Anche lì c’è il 19. Chissà se è un segno».

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