Al Messaggero: «Quando la sera lasciavamo l’ospedale ci diceva: rimanete ancora, state qui. Era il segno del cambiamento»

Il Messaggero intervista oggi Nicola Riva, il figlio di Gigi Riva che si è spento il 22 gennaio di quest’anno
Il Cagliari è salvo: domenica hanno evocato tutti Gigi Riva. «Il mister Ranieri si è sentito di ringraziare papà, perché anche dopo un colloquio con mio padre aveva accettato la sfida. Sarebbe stato triste finire in Serie B proprio in questo 2024 in cui papà purtroppo se n’è andato».
Il racconto di Nicola è più legato al padre, che nessuno conosce rispetto al calciatore che è diventato storia
«Sono del 1976 e quindi non l’ho visto giocare. Da bambino per me papà era solo un calciatore famoso. Ma non esistevano Internet o YouTube, per guardare i suoi gol aspettavo che ci fosse una ricorrenza o una sua partecipazione – rara – a un programma Tv. Era un’emozione, ogni volta: mi venivano le lacrime. Fu un conflitto, da appassionato di calcio: capivo che era mio padre, ma anche che era Gigi Riva».
Come è stato essere il figlio di Riva? «Una sollecitazione continua, sin da bambino. Quando giocavo a pallone, il paragone era difficile da sostenere. Io cominciai a sei anni, ma quando passai al Cagliari, a 14, la maglia era pesantissima e io con questo cognome non mi sentivo sereno. Ho avuto un rifiuto e ho smesso: per quattro anni non ho voluto più saperne del calcio. Avevo la consapevolezza che diventare come lui sarebbe stato impossibile»
In tutto questo suo padre? «E’ rimasto al di fuori. Non è mai venuto a vedermi, non mi ha mai dato un consiglio. Non voleva essere un peso per me. Invece allo stesso tempo io avrei avuto bisogno di un parere, di un sostegno».
Guardavate le partite insieme? «Mai. Ce lo proibiva, quando eravamo a cena con lui. Soffriva: Cagliari e Nazionale lo facevano star male. Pativa la tensione, si agitava».
Dal 1996 ha combattuto con una depressione fino alla sua morte
«Ha sofferto moltola depressione, invece. Un uomo come lui, razionale, di fronte a una malattia subdola, ha faticato a farsene una ragione. Gli siamo stati accanto, siamo riusciti a portarlo a Milano, la dottoressa Colombo è stata la sua ancora di salvezza. Un periodo molto lungo, dal 1996 fino a quando ci ha lasciato».
Discuteva con voi della sua salute, nell’ultimo periodo? «Ci ho riflettuto tanto in questi mesi. Mi sono convinto che si fosse accorto che qualcosa non andava. Ma non si lamentava, la sua dignità è emersa anche in quei momenti, di sicuro dentro di sé aveva un vulcano. Non voleva accanimenti terapeutici, gli avevano proposto un intervento, e ha risposto: ci penserò».
L’ultima frase di suo padre? «Sentivo che aveva bisogno di noi. Quando la sera lasciavamo l’ospedale ci diceva: rimanete ancora, state qui. Era il segno del cambiamento. Mio padre ha avuto tre vite: Luigi quando era sul lago, a Leggiuno; Gigi Riva qui in Sardegna, in casa non è mai stato Gigi; infine un paio di anni fa ha ricominciato a vivere la famiglia da vicino, ha riscoperto il bisogno dei suoi cari, delle cose semplici, si è tolto il mantello di Gigirriva ed è tornato Luigi bambino».
Noi lo abbiamo ricordato così
Addio a Gigi Riva mito del calcio italiano, capocannoniere della Nazionale.
Se n’è andato. In punta di piedi come ha sempre vissuto. Sempre una parola in meno. Il cuore di Gigi Riva non ha retto. Aveva 79 anni, oggi era stato ricoverato per un malore. È l’uomo che ha segnato più gol in Nazionale: 35. E l’uomo che ha portato il Cagliari a vincere l’unico scudetto della sua storia. Probabilmente il più forte attaccante del nostro calcio. Di certo il calciatore che ha fatto sognare tantissimi tifosi e ragazzini che provavamo a imitarlo. Ha subito infortuni gravissimi e si è sempre ripreso. Aveva un sinistro potentissimo. Ha poi lavorato in Nazionale come dirigente.